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Archive for Ottobre 2007

Fatiche umane

+000031312007bMon, 29 Oct 2007 21:20:13 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Se la mia ex prof di lettere passasse da queste parti probabilmente resterrebbe sorpresa dallo scoprire che uno dei suoi scapestrati studenti si ricorda di un piccolo uomo chiamato Lucrezio.

Infatti, oggi stavo leggendo un passo della versione integrale de ”Il viaggio a Occidente” di Wu Cheng’En che mi sono ricordato di un altro passo simile nei contenuti. Il passo de ” Il viaggio a occidente è il seguente:

   Finirà questa caccia a cose vane?In piedi all’alba, ti corichi a notteE libero non sei. Trotti sul muloE sogni un palafreno. Sei un ministro,Ti sogni duca o re. Ammucchi denaroDimenticando il timore di Yama.Voglion lasciare gloria e soldi ai figli,Ma nessuno si ferma per riflettere.

Un bel passo, vero?  La lettura di questo mi ha ricordato il seguente passo tratto dal secondo libro de ” De rerum natura”:

                … volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,
          e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura,
      la via della vita, gareggiare d’ingegno, rivaleggiare di nobiltà,
             adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica
       per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

La comunanza dei contenuti è lampante e la verità intrinseca è così profonda che mi sono ricordato di tutti i trip mentali che mi sono sempre fatto riguardo le fatiche immani (alzarmi ogni giorno è una sofferenza) che devo fare e a quelle che tutti gli uomini devono fare (ma che sono meno importanti).

Se ci si fermasse a riflettere su questo fatto alcuni riderebbero della nostra sciocchezza, altri s’intristirebbero per la nostra condizione di continui lavoratori, mentre altri ancora mi manderebbero volentieri a quel paese affermando che il lavoro è neccessario ecc. Personalmente trovo che tutti i tre punti di vista siano allo stesso tempo sia accettabili che deprecabili (soprattutto quello pessimista).

Le considerazioni, le riflessioni e tutte le pappardelle varie sono così tante che metterle tutte in posto sarebbe un lavoro interminabile e lunghissimo, per cui preferisco dividere il tutto nei vari momenti in cui decido di rompere le scatole al mondo (più di quanto non faccia già).

Date un contributo per aiutare la Birmania!

+000031312007bSat, 27 Oct 2007 20:11:50 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

La Birmania è uno stato del sud-est asiatico con una nuova cpaitale dal 2006 (Naypyidaw= sede dei re).

Dal 1962 è sotto un regime autoritario che sembrava essersi concluso nel 1988, ma che ha resistito a causa dell’intervento dei militari che arrestarono il vincitore delle elezioni libere. Un paese povero, abbandonato a se stesso che non chiede altro che la democrazia e un aiuto da parte di quei paesi che formalmente dovrebbe provvedere a mantenere la pace.

Il caso delle Birmania (o Myanmar, che è un nome neutrale e più rispettoso delle varie etnie) non è il solo nel mondo – basti pensare ai regimi africani o del Sud-America – ma ha fatto parlare di sè (negativamente parlando) per via delle misure repressive adottate da quei figli di butta- dai quelli del governo su un gruppo di monaci buddisti che hanno osato rifiutarsi di tornare nei loro monasteri e di continuare a manifestare per il loro paese. Tutte le manifestazioni sono sempre state represse con la forza, ma questa è la prima volta che viene usata violenza contro dei religiosi.

La Birmania, dopo che la notizia ha fatto il giro del mondo, ha fatto dietrofront affermando di voler riallacciare i rapporti coi monaci… CAZZATE! Sono al primo anno di Scienze Politiche e ho giusto da poco studiato i regimi autoritari. Quello che faranno sarà trovare giustificazioni alle loro azioni, minimizzare i toni e attenuare le misure repressive, così da far sbollire la situazione. Il governo vuole tenersi buoni i buddisti, ma peccato che le altre minoranze siano abbandonate a se stesse, senza un’apposito riconoscimento senza il quale trovano difficoltà a farsi curare.

Tornando ai monaci non si tratta soltanto di misure repressive adottate contro dei religiosi, ma dei veri e propri atti disumani che mi fanno vomitare al pensiero di essere nello stesso mondo di quelle bestie.

Ringrazio Giuseppe Ianozzi per aver diffuso la notizia: a Roma sono state spedite due foto del corpo di un monaco ucciso dai militari e sottratto all’orbitorio. Posto il link a tali foto solo per chi volesse farsi un’idea della crudeltà a cui sono giunti, ma diffido dal farlo a chiunque sia sensibile (SOPRATTUTTO I MINORI). Pensateci non una volta, ma due prima di cliccare.

http://www.asianews.it/MYANMAR/MYANMAR.html

http://www.amnesty.it/appelli/appelli/Myanmar_16.10.07?page=appelli cliccate invece a questo link per rispondere all’appelo di Amnesty International, ci vuole solo un istante e farete qualcosa di utile.

Francamente parlando, la situazione della Birmania interessa il mondo soltanto perchè ne hanno parlato in televisione. Sono tantissimi i casi simili e ogni giorno tantissime persone devono subire i suprusi più ingnobili. Sono schifiato da quelle bestie, e vorrei tanto averle davanti a me per dirgli qualche parolina.

Passate la notizia ai conoscenti e invitatili ad aderire all’iniziativa. Per quanto mi riguarda passerò la notizia agli amici e chiederò il permesso di appendere un manifesto in facoltà e in un fumetteria che conosco.

Chiudo qui per oggi, cliccate al link della Amnesty International e aiutate.

Tolto Heroes dalla prima serata mi hanno!

+000031312007bFri, 26 Oct 2007 21:55:56 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Forse è una notizia vecchia, ma io l’ho saputo oggi.

Da Domenica scorsa il telefilm Heroes non sarà più in prima serata nel palinsesto di Italia uno, ma verrà spostato in secondo a proiettato il 7 e l’11 Novembre.

La serie, che era stata proiettata per la prima in Italia a partire dal 2 Novembre, non ha avuto un grande riscontro di pubblico già dall’inizio. I dati Auditel palrano chiaro riguardo a questo punto, ma lo fanno a chi ci capisce qualcosa di statistica (io non c’ho mai capito nulla). Al di là delle rimostranze degli appassionati (che contestano tali dati per via del campione indadeguato) mi spiace per questa stroncatura di una bella serie che gli italiani non potranno più vedere in televisione (e sottolineo in televisione).

Certo è che se la serie non ha un buon riscontro di pubblico a Mediaset non importa nulla di proseguire, ma, al di là di tutto, credo sia più importante chiedersi non il perchè sia stato sospeso, ma perchè erano in pochi a vedere tale serie.

A mio avviso i problemi di Heroes (per me sono invece punti di forza) sono:

 Heroes è una serie impegnativa. Siamo abituati a serie organizzate in episodi più o meno conclusivi che sono facili da vedere: se se ne perde un episodio si può tranquillamente continuare a vedere i seguenti senza farsi tanti problemi. In questo modo tante serie proseguono tranquillamente e se hanno un discreto riscontro auditel è anche possibile vedere le repliche e recuperare gli episodli persi. Heroes invece è una storia unica divisa in episodi. Tale storia è molto complessa in sè e per via dei legami dei protagonisti.

I protagonisti inoltre non sono tutti nello stesso posto e solo da circa metà serie in poi s’incontreranno e renderanno la visione della serie più “semplice”. In sè, il fatto che i personaggi non sono tutti nella stessa città porta una difficoltà aggiuntiva al montaggio che deve essere fatto in modo intelligente: si deve dare in un episodio spazio ai diversi protagonisti, ma bisogna fare il cambio di scena nei momenti giusti. Se però uno dei personaggi non piace diventa pesante, noioso (una rottura insomma) seguire le sue vicende.

Heroes sopperisce a questa difficoltà di visione con dei protagonisti interessanti, ben tratteggiati e con un montaggio degno di questo nome che rende fluida la visione, nonostante i continui stacchi.

Gli italiani però sono stati abituati troppo bene con serie che hanno un numero ristretto di location (basti pensare al famosissimo Dr. House che per il 99% del tempo è ambientato in ospedale) e con tutti i protagonisti che si conoscono e stanno nella stessa città.

Un dei punti più a sfavore di Heroes (anche in questo caso per me è un punto di forza) è il tema trattato. A parte gli splendidi monologhi esistenziali a inizio  e fine episodio, Heroes è quanto di più diseducativo si possa vedere in Italia: è ispirata ai fumetti.

A parte il fatto che è un miracolo che non ci siano state milioni di proteste e servizi dopo la prima apparizione di Mohinder, gli uomini con i super-poteri sono un tabù qui in Italia; i fumetti sono bollati come roba per bambini (rimando al post su G.I.D. per cambiare idea), visti come robaccia futile, diseducativa (‘na minchiata). Aggiungiamoci poi la sua dose di splatter (Jessica e Sylar docettano per bene) e abbiamo il mix perfetto per far inorridire i ben pensati e le persone di maggiore apertura mentale, ma non appassionate di fumetto.

Ad esempio mio padre ha bollato tale serie come una cavolata per i superpoteri (ma lui legge i fumetti e non và considerato il solito ben pensante) soprassedendo sullo splatter, mentre mia madre si è rifiutata di proseguire oltre i primi due episodi proprio a causa degli elementi splatter.

Piccoli elementi che, se per molti sono un punto di forza, per la maggior parte delle persone sono aspetti negative (sia in toto che singolarmente).

In giro ho visto anche contestato il fatto che in America la serie è un cult, mentre da noi è poco famosa, ma ciò è dovuto al fatto che tale Heroes è stato fatto pensando al mondo dei comics e a chi li legge (soprattutto).

Beppe Grillo e Bernhard Warner on the road

+000031312007bThu, 25 Oct 2007 21:58:38 +0000UTC 18, 2007 claudio88 1 commento

Francamente il titolo del post non ha molto senso, ma è il primo che mi è venuto in mente; e poi suona bene…no?

Avevo editato il post precedente parlando del giornalista che parla di noi sul times, ma dopo aver salvato il post ho deciso di fare una capatina sul blog di Giuseppe Grillo, per vedere a che punto stesse costui riguardo l’argomento.

Ecco il suo post, posto subito sotto la pubblicità del suo libro (non che sia vietato… ma che c’entra?):

- L’arzillo vecchietto Levi non molla. Ha infatti modificato l’articolo 7 della Levi-Prodi con un comma aggiuntivo invece di cancellare l’articolo. Ecco il comma:
“Sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al Roc i soggetti che accedono ad internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo che non costituiscono un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”.
Cosa si intende per organizzazione imprenditoriale del lavoro? Chi propone pubblicità dal suo sito, come ad esempio Google AdSense, ricade in questo caso? Chi vende un prodotto on line è un imprenditore del lavoro?
Levi cancella questo c…o di articolo 7 e non se ne parli più. Basta con le prese per il culo.
Il mondo ride di noi. Il Times in un articolo dal titolo: “Assalto geriatrico ai bloggers italiani” ci definisce come: “una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati”.
No all’articolo 7, libertà per la Rete. Non molliamo!

Questo invece è il commento che ho lasciato io:

Caro Beppe Grillo.
Dopo tanti giorni che leggo questo tipo di notizie devo ammettere di essermi francamente rotto, soprattutto questa sera, ma tentero di non seccarmi ulteriormente.
Mi chiedo: “Ma li scrivi tu questi post, o deleghi il compito a qualcun altro?”
Mi sembra infatti che dalla prima notizia che hai dato riguardo alla legge tu non abbia più cercato informazioni a riguardo. Se l’avessi fatto sapresti che il ministro Gentiloni ha dichiarato (come anche Di Pietro) che devono essere apportate modifiche a tale legge. Se ti fossi informato sapresti che Levi medesimo ti ha scritto una lettera che è possibile leggere sul sito di Palazzo Chigi in cui dice tutto il contrario di quello che dici tu.
“Lottiamo per la libertà” dici, ma lottare in riposta a una guerra che non è mai iniziata non ha tanto senso.

Non ho nessun rimpianto per quello che ho scritto e sono anche pronto a riscriverlo. Due cose però mi danno da pensare:

1. Ma Grillo i commenti ai suoi post li legge? Capisco che sono tantissimi, ma mi chiedo se qualche riga la scrive. Chiedo perchè i commenti sono troppi e non ho proprio voglia di mettermi a cercare, ma mi piacerebbe sapere come risponde.

2. Ma i seguaci di Grillo scrivono commenti concordanti con le sue parole perchè si sono informati, o sono delle scimmie? Non faccio un caso generico, ma molti post fanno pensare che chi li ha scritti non si sia neppure sprecato ad accettarsi di certe affermazioni, prendendo le parole di Grillo come se fossero un vangelo.

Più che da Levi sono deluso da Grillo e da chi lo segue perchè nelle loro parole non vedo nessuna propensione al dialogo. Chiedono democrazia (a parte il fatto che siamo in democrazia), ma non li vedo per nulla disposti ad accettare il pluralismo, o di ammettere di essersi sbagliati.

Non è che pretenda di avere sempre ragione (anche se amo avere ragione), ma se qualcuno mi mostrasse motivazioni e prove adeguate cambierei idea. Al momento tutte le informazioni che ho trovato e l’atteggiamento dei politici mi portano ad andare contro chi và loro contro riguardo a questa legge.
 
 

Categories: Fatti di cronaca

Novità sulla legge Levi-Prodi

+000031312007bThu, 25 Oct 2007 17:26:10 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

    (Levi risponde alle critiche)

Sulla famigerata legge Levi-Prodi se ne sono sentite, e dette, di tutti i colori in questi giorni, soprattutto grazie al post polemico di Beppe Grillo.

Ora sembra che le acque si siano calmate, ma facciamo un piccolo passo indietro.

Il 70% del putiferio è stato creato da un articolo della legge Levi-Prodi (leggibile da chiunque sul sito di Pallazzo Chigi).

Lo riporto come sono nella legge, senza tagli, per evitare errori:

Art. 2 (Definizione del prodotto editoriale)

1. Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

In base a questo articolo i blog sono considerati attività editoriali e quindi devono iscriversi al ROC.

Tutta la legge è stata saluta da Beppe Grillo come una catena alla libertà degli italiani e sono state firmate petizioni da migliaia di persone.

Se prima il ministro delle comunicazioni aveva affermato di non aver letto la legge e che doveva subire delle modifiche, l’onorevoli Levi ha, giusto ieri, proposto una modifica all’art.7, aggiungendo un comma che (parole di Levi presi dal sito de “La Repubblica”): “esclude dall’obbligo di iscrizione al registro degli operatori di comunicazione i siti personali o a uso collettivo che non costituiscono frutto di organizzazione industriale del lavoro. Non volevamo inserire in un testo di legge la parola blog – ha aggiunto Levi – ma e’ chiaro che il riferimento e’ quello.”

Tutto risolto? Tutto a posto? Tutto rosa e fiori? Magari…

Prestate attenzione alla parte sorpa in grossetto: sono esclusi i siti personali o a uso collettivo.

La Stampa invece riporta: sono esclusi dall’obbligo di iscrivere al Roc i soggetti che accedono o operano su internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo.

Notata la differenza? Francamente non ho capito chi dice la verità, solo che in generale i blog non devono iscriversi.

Tale modifica resta un pò vaga in ambedue le versione perchè non è chiaro (almeno non lo è a me) cosa s’intende con uso collettivo e personale.

Forse si farebbe prima a stilare un elendo di chi deve iscriversi anzichè trovare una definizione generica, ma non sono nella posizione di dare consigli a un ministro.

Chiudo con un pò di link:

http://www.governo.it/GovernoInforma/Comunicati/dettaglio.asp?d=36855&pg=1%2C2072%2C4282%2C5067&pg_c=1 (qui trovate la lettera che l’educato Levi ha scritto al maleducato Grillo dopo il suo post offensivo)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=3347&ID_sezione=38&sezione=News (qui c’è l’articolo de La Stampa sulle dichiarazioni di Levi)

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_2635338.html?ref=hpsbdx2 (qui c’è un altro articolo sulle dichiarazioni di Levi)

Edit: Anche il giornalista Bernhard Warner ha parlato della legge, sputtanando l’Italia e i suoi governanti sul Times. Il suo articolo è stato pubblicato ieri, dopo che già molti politici si erano affermati a proposito, rassicurando i bloggers e chiarendo tutte questioni sollevate. Tale articolo invece si sofferma a dove è rimasto Giuseppe Grillo sul suo di Blog. 

P.S Francamente spero che la cosa finisca qui, o al più presto. Mi sono rotto di queste notizie fuorvianti che non so dove sbattere la testa. Preferisco sbatterla sui miei racconti, libri, manga e riflessioni varie.

Lo spaventapasseri che voleva vivere

+000031312007bWed, 24 Oct 2007 15:05:00 +0000UTC 18, 2007 claudio88 2 commenti

Lo spaventapasseri che voleva vivere

Questo è il secondo racconto che scrivo (giusto un raccontino-ino-ino). Oltre che a leggerlo qui sotto, si può anche scaricarlo cliccando sulla scritta accanto al gatto.

Fonti d’ispirazione sono stati i tanti manga che leggo, Il Castello Errante di Howl, Terry Brooks (lui nello stile, anche se non lo raggiungo nella sua bravura) ecc.

In questo racconto ho voluto narrare, attraverso gli occhi di un gatto, una storia carina e triste allo stesso tempo, ma spero che qualcuno riesca a vederci anche le riflessioni e gli spunti che vi sono presenti. Se non troverete tutti i significati che vi ho messo sarà colpa mia che non sono stato abbastanza capace, ma credo fermamente che in una storia ognuno veda quello che vuole. Potrete vederci più di quanto ci vedo io, o forse di meno, ma spero comunque che a qualcuno possa piacere come piace a me.

Lo spaventapasseri che voleva vivere

Mentre dormiamo, noi gatti viaggiamo molto spesso attraverso mondi che nessuno di voi si aspetterebbe mai che possano esistere. Non è un vero e proprio viaggio, perché non siamo lì col nostro corpo e non possiamo interagire con nessuno; solo andare in giro e osservare, mentre per voi stiamo dormendo.
Quando però scappiamo di casa è per fare un viaggio vero e proprio, dopo aver preso il brevetto. Pronunciamo una breve formula e si apre un varco tramite il quale ci ritroviamo in un nuovo mondo tutto da scoprire.
Mi dispiace ammetterlo, ma il primo giorno dall’inizio del mio viaggio fu la delusione più cocente che abbia mai avuto in tutta la mia lunga vita.
Nessuno viene mai a dirci in che mondo andare, o cosa fare una volta arrivati. Siamo in balia di noi stessi e l’unica cosa che sappiamo di dover fare è viaggiare.
Io però rimasi tutto il tempo fermo, immobile, aspettando che mi venisse un’illuminazione.
La situazione era alquanto frustrante: avevo un mondo da visitare di cui non sapevo nulla e che volevo esplorare, degustare come si fa con un vino raffinato; scoprire man mano che passavano i secondi, apprendendo sempre qualcosa di nuovo in più. Poteva essere il mondo più brutto che ci fosse, o il più bello; poteva essere vastissimo, quasi infinito, o essere poco più grande della tua città; poteva essere popolato dalle genti più misteriose e affascinanti che ci fossero, o da quelle più monotone e noiose che si fossero mai viste.
Avevo infinite possibilità da considerare e da sfruttare; ma ne restai tutto il giorno da solo, immobile, chiedendomi cosa fosse giusto fare.
E’ facile seguire la strada indicataci dagli altri, mentre è incredibilmente difficile incamminarsi per quella che dobbiamo creare da noi.
Mene stavo seduto sul ciglio della strada, dove ero caduto una volta aperto il varco che noi gatti usiamo per spostarci tra i vari mondi, ammirando il monotono e scialbo paesaggio che quel mondo offriva. Credo lo si possa benissimo descrivere come un’interminabile successione di appezzamenti di terreno posti l’uno accanto all’altro e delimitati da un alto muro di pietra grigia, tutta pulita e senza neppure un segno. Questi appezzamenti, da quanto mi era dato vedere, erano disposti su due fronti, divisi dalla strada e collegati da alcuni ponti di mattoni. Circa ogni otto metri c’era un piccolo portone di ferro arrugginito che mi consentiva di vedere oltre di esso. Gli appezzamenti di terreno altro non erano che giardini fioriti con al centro una bella casa a due piani col tetto a spiovente. Tutti i giardini erano identici tra di loro: stessi fiori, disposti nella medesima maniera; stessi alberi alla sinistra delle case che davano ombra a un tavolo e a due sedie. La cosa che più di tutto m’incuriosì (anche più della grottesca ripetizione, senza alcun senso, di case e giardini) era che non vi fosse nessuno in giro. Era tutto pulito e ordinato, come se si volesse dare mostra di ordine e rispettosità a chiunque venisse in quel posto, ma non c’era nessuno a godersi tale operato. Né, per strada né nei giardini c’era anima via. Avvicinandomi di più a un cancello, vidi che sui muretti ai lati delle case c’erano due porte di legno marcio, scardinate. Dovevano servire a mantenere l’intimità delle persone, consentendo allo stesso tempo ai vicini di visitarsi, ma nessuno pareva usare tale porte da molto tempo. Anche i ponti di mattoni erano rovinati e coperti di polvere.
Che non ci fosse davvero nessuno? Se era così, come mai tutto il resto era pulito come se la padrona di casa avesse appena finito di fare pulizie?
Un’altra cosa curiosa assai era che il sole non si spostava da dove si trovava. Era come se il vecchio Tempo avesse fatto una visita in quel posto e avesse deciso che non ne valesse la pena di far scorrere la sabbia della sua grande clessidra che porta sempre sulle spalle pure lì.
Dovevano essere passate ormai sette ore dal mio arrivo in quel posto, e nulla era accaduto d’interessante. Sbadigliavo senza ritegno per la noia (tanto, chi doveva vedermi?) e lo stomaco aveva iniziato a cantare una canzone che era l’inno alla pasta col pomodoro, ma non mi mossi di lì. Non è che fossi testardo; solo che pensai fosse inutile viaggiare in quel mondo se non c’era nessuno ed era tutto uguale.
Avrei certamente potuto andarmene via recitando la particolare formula di ritorno, però non ero tanto entusiasta di accettare quell’insuccesso.
Con le palpebre pesanti, che lottavano per abbassarsi del tutto, riflettei su come dovessero passarsela coloro che abitavano, o avevano abitato, in quelle case.
Brutta cosa la solitudine che si cela dietro la facciata della normalità comune. Che gusto c’è a integrarsi con gli altri,  a farsi accettare dagli altri, rinunciando a se stessi e agli amici? Avevano costruito una monotona ugualità per non avere barriere, e ora non avevano legami con nessuno. Certe cose non le capisco proprio.
Passata un’altra ora, senza che nulla fosse accaduto (mi andava bene perfino una formica che andasse in cerca di cibo), finii col perdere ogni speranza di cavare qualcosa di bello da raccontare da quel mondo monotono. Stavo per dire la formula di ritorno quando venni interrotto da un rumore che mi fece desistere dal proposito (ma che non riuscì a smentirmi). Devi tenere presente che per otto ore non avevo sentito nulla, a parte i miei pensieri e il suono dei miei movimenti, così mi venne un colpo a sentire quel rumore, e saltai così in alto che avrei benissimo potuto fare una capriola in aria.
Aguzzai la vista, scrutando attentamente in ogni giardino che si trovava vicino a me e osservando l’orizzonte ai due capi della strada. Fu all’estremo destro che vidi comparire in lontananza una macchiolina. Era poco più che un puntino all’inizio, ma lo vedevo saltellare su è giù; e man mano che si avvicinava i suoi salti aumentavano e la forma cambiava: non più un puntino, ma uno spaventapasseri.
Proprio così! Era uno spaventapasseri che saltellava lungo la strada. Il rumore era prodotto dallo sbattere del lungo pezzo di legno che gli serviva da gambe contro il selciato. Io mi spostai di lato per farlo passare: non avevo mai visto uno spaventapasseri saltellare qua e là (in tutte le storie stanno sempre fermi) e la novità provocò in me un certo timore che fui restio a bloccarlo, nonostante fossi allo stesso tempo incuriosito da lui.
Quando mi passò davanti, mi superò un po’, s’inclinò all’indietro e fece un salto mortale, cadendo sulla punta del bastone in perfetto equilibrio e continuando a saltellare. Era veramente alto (forse quattro metri), indossava una logora camicia rossa con quadratini bianchi, un paio di jeans strappati e un vecchio cappello di paglia che copriva dal sole un tondo cuscino giallo tutto sporco, con disegnato sopra due punti neri, che erano gli occhi, e una curva per bocca.
Non potendosi abbassare, indietreggiò saltellando fin dove gli era possibile,raggiungendo l’altro capo della strada, ma capivo dai suoi movimenti che era frustrato per il non riuscire a vedermi. Decisi così di arrampicarmi sul muro alle mie spalle; e alla fine potemmo parlarci.
- Lieto d’incontrarla, Spaventapasseri.
Lui non rispose subito, si arrestò sul posto, fissandomi con quei due occhi inespressivi; poi roteò su se stesso e riprese a saltellare, cantando:
Io salto di qua.
Io salto di là.
Sono felice!
Come va?
- Va bene. Io mi chiamo Dirkon. Tu hai un nome? O posso chiamarti semplicemente Spaventapasseri?
Mi sentivo un vero sciocco a parlare in quel modo: come se davanti a me ci fosse un pazzo, l’idiota del paese, o uno straniero che non capiva una parola.
Lui, continuando a saltellare e a roteare sul posto, rispose:
Spaventapasseri mi chiamo
Io a te non ho mai incontrato
Tu sei nuovo non è vero?
Vieni con me, gatto nero!

- Sarei ben lieto di seguirti nel tuo viaggio. Sono ore che resto qui da solo, e nessuno ho visto aggirarsi da queste parti.
Così, senza pensarci due volte, mi arrampicai su di lui e mi tenni aggrappato alla sua camicia, sedendomi sulla sua spalla sinistra.
- Te ne prego, Spaventapasseri… sai parlare come faccio io? O sei solo in grado di cantilenare?
Cantare io…
- Io canto perché rimanendo tanto tempo da solo ho finito col dimenticare come si parla normalmente. Mi hai fatto tornare in mente come parlano tutti, e te ne sono grato.
- Anche così parli in modo strano. – gli feci notare io.
- E’ perché imparato ho sentendo i contadini parlare tra di loro. Nessuno mi ha mai corretto mentre sbagliavo. Non è tutta colpa mia.
Decisi di non toccare più l’argomento e partimmo per il nostro viaggio.

Presto il paesaggio cambiò. Non che ci rimanessi male, ma mi stupì notare come, poco dopo la nostra partenza, fosse cambiato. Dapprima erano comparse delle stradine  a separare le case che non avevo notato e infine queste scomparvero, come se non ci fossero mai state, nonostante ne avessi sempre visto due file infinite. Al loro posto erano comparsi vasti campi di grano o prati verdi attraversati da fiumiciattoli, e la strada asfaltata era stata sostituita da una sterrata. Spaventapasseri saltellava tranquillamente, andando dritto per la sua strada, senza fermarsi mai. Non parlavamo molto; soprattutto perché avevo paura di mordermi la lingua nel farlo. Più che altro vi era un rapido scambio di domande e risposte che iniziavamo alternativamente.
Fui io ad iniziare; tanto per fare conversazione.
- Da dove vieni?
- Da un campo di grano poco lontano da qui. – rispose lui, senza mai smettere di saltellare.
Poi, quando ci fermammo perché mi sentivo male, fu lui a chiedermi:
- E tu da dove vieni?
- Da un mondo abitato da gente molto brutta. – risposi io, mentre cercavo di convincere il mondo a smettere di saltellarmi davanti agli occhi, senza buoni risultati.
Proseguii il viaggio a piedi, camminandogli accanto. Lui, comprensivo, faceva dei salti più piccoli, in modo che non fossi costretto a correre per reggere il passo.
Continuammo a camminare così, senza alcuna rilevante novità, finché non vedemmo un vecchio con una lunga barba bianca che arrivava al terreno, che se ne stava seduto sul ciglio della strada senza fare nulla, guardando davanti a sé con aria vacua.
Spaventapasseri lo superò e fece un salto all’indietro come aveva fatto con me.
“Meno male che non sono rimasto sulla sua spalla”, pensai; ammirando al tempo stesso la sua abilità.
- Chi sei tu? – chiese Spaventapasseri al vecchio.
Questi parve accorgersi solo allora della nostra presenza. I suoi occhi, prima bianchi, furono attraversati da nuova vita, e quando li posò su di noi si spalancarono per la sorpresa della nostra natura.
- Vi è dunque qualcun altro a questo mondo oltre a me? – le parole, mozzate dalla commozione quasi non si udirono; le lacrime scendevano copiose e lui si asciugò il viso come un bambino. – Non sono solo! – urlò, abbracciando il sottile bastone di Spaventapasseri e prendendomi in braccio, arruffandomi il pelo, e facendomi urlare per lo spavento.
Fu così che acquisimmo un nuovo compagno di viaggio. Il vecchio pareva essere tornato alla sua gioventù, tanto correva, si agitava e parlava.
“Da dove venite?”; “Ci sono altri come voi?”; “Sono sempre stato solo!”: queste furono le uniche frasi che riuscii a comprendere, tanto erano irrefrenabili le parole che gli uscivano dalla bocca.
Quando si fu stancato di parlare da solo, riuscii finalmente a prendere parola e chiedergli:
- Da quanto tempo te ne stavi da solo?
Lui alzò gli occhi al cielo, intristendosi di colpo e facendosi taciturno. Mi pentii subito di averglielo chiesto e gli chiesi scusa per la mia importunità.
- Non c’è alcun bisogno che ti scusi. Francamente, credo di non sapere nemmeno io da quanto me ne stavo seduto dove mi avete trovato. Ricordo soltanto che un tempo la città era piena di vita, ma poi, col tempo, tutti divennero sconosciuti agli occhi degli altri. Nessuno voleva avere rapporti, capisci? Si rinchiusero tutti quanti nelle loro case, e uscivano solo per curare il giardino la mattina e costruire i muri che li separavano dagli altri. Era come se tutti fossero stati colpiti da una strana malattia; così me ne andai via, temendo di rimanerne colpito anch’io. Ho viaggiato fino a dove mi avete trovato, senza incontrare anima viva nel mio cammino. Stanco e desolato, mi sono fermato, e non mi sono più mosso di lì fino a oggi.
La discussione fini lì; sia perché il nostro compagno – che scoprimmo chiamarsi Italo – non aveva nulla da raccontare, non avendo fatto nulla per molto tempo, sia perché neppure io avevo qualcosa da raccontare, essendo quello il mio primo viaggio.
Spaventapasseri, dal canto suo, non sembrava voler partecipare ad alcuna discussione. Continuava a saltellare senza dire nulla; solo il fatto che adeguasse l’andatura alla nostra dimostrava che ci teneva un minimo in considerazione.
Dopo circa mezz’ora incontrammo una donna che, come Italo, se ne stava seduta sul ciglio della strada con aria vacua e ci fermammo.
- Buon giorno, signorina. – la salutò Spaventapasseri, facendo nuovamente il salto mortale all’indietro che amava così tanto.
Anche in lei vidi la vita tornare nei suoi occhi.
- Non sono sola?
Ci abbracciò tutti quanti, piangendo come una bambina, e non ci fu verso di farla smettere. Quando si stancò di piangere, chiese:
- Ci sono altre persone oltre a noi?
- Non lo sappiamo. – rispose tranquillamente Spaventapasseri, che aveva già ripreso a saltellare.
- E’ incredibile! – esclamò stupefatto Italo, che era ben felice di poter parlare con un essere umano. – Eravamo così vicini, eppure non ci siamo mai incontrati. E’ assurdo!
- Non ci siamo cercati. – ragionò la donna che si chiamava Marielle. – Se solo avessimo cercato un po’ di più ci saremmo incontrati sicuramente, ma abbiamo rinunciato troppo presto e ci siamo fermati ad attendere che fossero gli altri a trovare noi.

Nel proseguimento del nostro viaggio incontrammo un altro uomo e un’altra donna, nelle stesse condizioni di Italo e Marielle. Entrambi erano a circa mezz’ora di distanza l’uno dall’altro e quando ci videro s’inginocchiarono, piangendo e ridendo al tempo stesso per la gioia di non essere soli. Si chiamavano George e Yuki.
I quattro si dimenticarono presto di me e Spaventapasseri, essendo troppo contenti di aver trovato altri umani e troppo impegnati a scambiarsi opinioni su quello che era successo al mondo e ipotesi su dove fossero finiti tutti gli altri; ma né io né lui ce la prendemmo.
Osservavo tutto attentamente – notando come, man mano che il tempo passasse, il paesaggio si era fatto più verde e che i pochi sparuti alberi che avevamo visto fino ad allora erano diventati un bosco molto fitto che quasi non faceva passare i raggi del sole – e non mi sfuggì come la parlata di Spaventapasseri fosse diventata corretta, più fluida e più sicura; come non sfuggivano i segni della sua gioia per aver incontrato qualcuno disposto a seguirlo, e che si manifestavano in improvvise accelerate o in ondulamenti eccessivi. Il suo volto era naturalmente imperscrutabile – i due occhi neri  e il sorriso non cambiavano mai – ma questi particolari mi convinsero della sua felicità e il tono della sua voce rendeva allegro anche me, di quanto era contagiosa.
Calò la notte – così rapida e improvvisa che non ce ne accorgemmo – ed eravamo così stanchi per il troppo camminare che decidemmo di fermarci, ma Spaventapasseri ci stupì.
- Non se ne parla! Io non mi fermerò!
Rimanemmo allibiti dalle sue parole.
- Caro amico – cominciò Italo. – Non siamo più abituati a camminare e le nostre gambe chiedono una sosta.
- Italo ha ragione!- disse George – Non possiamo continuare a camminare all’infinito; abbiamo bisogno di una pausa. Fermiamoci e riposiamoci. Domani proseguiremo il viaggio e la ricerca di altri uomini, più speditamente.
Furono tutti d’accordo con le sue parole, e Yuki, che voleva sempre dire la sua, aggiunse:
- Dopotutto, Spaventapasseri, non succederà nulla se ci fermeremo.
Non dissi nulla: da una parte ero stanco come i miei compagni e avrei tanto voluto riposarmi, dall’altra capivo che Spaventapasseri si comportava come se fosse a repentaglio la sua vita, ma non avevo idea del perché.
- Ho un’idea. – sentenziai allora io, avendo trovato una soluzione che avrebbe dovuto rendere tutti felici. – Spaventapasseri saltellerà nei dintorni, o andrà avanti per un po’ per poi tornare da noi all’alba; così noi potremo riposarci.
I quattro accolsero l’idea con gioia e si misero subito a preparare dei giacigli. Io mi avvicinai a Spaventapasseri, che saltellava qua e là, nervoso.
- Cosa c’è che non va? – gli chiesi. – Perché non vuoi fermarti?
- Non posso fermarmi, amico mio. – avvertivo nella sua voce una lieve incrinatura. – Non posso fermarmi! Non voglio fermarmi! Capisci?
Non lo capivo, ma anziché dirglielo continuai con le mie domande.
- Spaventapasseri, perché vai avanti?
Non mi rispose subito; si girò dall’altra parte e si allontanò un po’.
- Vado avanti perché non posso fermarmi.
- Perché non puoi fermarti? – gli chiesi mentre si allontanava sempre di più.
- Perché potrei cadere se mi fermassi. – rispose in lontananza. – Il giorno in cui mi realizzarono mi dissero che avrei dovuto fare la guardia ai campi per tutta la vita, e che se fossi caduto mi avrebbero buttato.
Gli diedi la buonanotte e andai a dormire, conscio che sarebbe stato inutile inseguirlo e proseguire la discussione. Nel mio mondo avevo imparato che se qualcuno vuole dirti la verità la dirà senza fare storie, ma se ha qualcosa da nascondere, o ha dei problemi a parlarne, bisognerà tirargli fuori la verità a piccole dosi, senza esagerare e rischiare di non ricavarne nulla.
I quattro si erano già addormentati. Sul loro volto era segnato uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. Avevano passato tanto tempo da soli e ora erano diventati amici. Sapevo che l’unico motivo per cui seguivano me e Spaventapasseri era il pensiero di trovare altri come loro, mentre io cercavo di capire cosa passasse a lui per la testa.

Fui il primo a svegliarmi. Spaventapasseri era tornato dalla sua passeggiata, e ora stava svegliando i quattro che si rigiravano su se stessi e dicevano cose tipo: “ Non ora mammina!”; “ Altri cinque minuti.” e altre cose così.
Il viaggio proseguì come il giorno precedente, senza alcuna novità che lo rendesse interessante. Avevo deciso di lasciare Spaventapasseri assorto nei suoi pensieri, per poi fargli altre domande al momento opportuno; così discussi un po’ con loro, raccontando qualcosina del mio mondo e di come fossi finito laggiù. Non capivo se erano più interessati al racconto o alla possibilità di andarsene dal mondo in cui ci trovavamo.
A metà giornata notai una cosa che mi allarmò. Nessuno se ne era accorto, assorti com’erano nelle loro chiacchierate, ma io si: Spaventapasseri si era abbassato di circa un metro.
- Spaventapasseri? – non sapevo cosa dirgli, anche perché nella mia testa frullavano tante spiegazioni tutte diverse tra loro.
- So cosa vuoi dirmi, unico amico mio. Mi sto consumando.
- E’ perché continui a saltellare che consumi il legno?
Non rispose, limitandosi a fare un verso che interpretai come un si.
- Perché vai avanti?
- Perché non posso né fermarmi e né cadere.
Quel giorno non incontrammo nessuno, e quando si fece buio ci accampammo, come la sera prima. Al mattino ripartimmo come previsto… Spaventapasseri si era abbassato di un altro metro.
Anche i quattro se ne accorsero.
- Che cose ti sta succedendo? – chiese Yuki, emettendo un gridolino stridulo.
- Mi consumo. – rispose lui come se nulla fosse. – Domani sarà il mio ultimo giorno.
Nessuno di noi parlò. Ce ne stavamo tutti attaccati, come se sentissimo che qualcosa di terribile sarebbe presto accaduto e cercando rassicurazione dal contatto dei nostri corpi.
A Spaventapasseri era venuto il fiatone, il legno che gli serviva da gambe si accorciava a vista d’occhio, più velocemente rispetto agli altri giorni, e temevo che non avrebbe superato la notte.
- Perché vai avanti? – gli urlai. – Perché proseguire se significa morire?
Ci fermammo ad aspettare la sua risposta, mentre lui continuava a saltare, inclinato in avanti e assumendo un’aria patetica (anche per un spaventapasseri).
La sua risposta giunse fredda, distante e tagliente.
- Perché solo morendo posso dire di aver vissuto. Vado avanti perché voglio andare avanti.

E infine il sole calò; nascondendosi vigliacco alla nostra vista.
Ormai era poco più alto di un metro, e tra non molto sarebbe morto. Mentre faceva dei piccoli, deboli e tristi saltelli borbottava tra sé e sé di voler raggiungere il cielo, di voler uscire da quel dannato bosco.
Marielle e Yuki piangevano sommessamente sulle spalle di Italo e George, che guardavano avanti a loro, mostrandosi sicuri nonostante le lacrime che gli rigavano il viso.
Io aumentai il passo, raggiungendo Spaventapasseri che ora era poco più alto di me. Mi ricordai di pochi giorni fa, quando era così alto da doversi allontanare per guardarmi negli occhi. Anche a me venne da piangere.
- Perché piangi? – mi chiese stupito, come un bambino che chiede qualche al genitore. – Io sono felice… Ho incontrato degli, sono andato avanti e ho vissuto. Non ho rimpianti.
- Perché vai avanti? – fu l’unica cosa che riuscì a dire. La voce mi si strozzava in gola e le lacrime mi offuscavano la vista. Non riuscivo a capacitarmi della sua ostinazione a proseguire il suo viaggio, se significava andarsene.
- Te l’ho già detto. – le sue parole quasi mi accarezzavano quanto il loro tone era dolce. – Vado avanti per vivere. Alle mi spalle c’è la morte e sotto di me non c’è nulla. Quando stavo fermo tutto il giorno il tempo non passava. Saltando continuamente ho bruciato le tappe, ma non sono triste per questo. Da quando ho lasciato i campi posso dire di essere vivo.
Il bosco finì. Imprecai contro di esso per non aver continuato ad estendersi all’infinito.
Spaventapasseri aumentò l’andatura, roteando in aria, felice come una pasqua; urlando a squarciagola:
- Le Stelle! Le stelle! Sono vivo! Sono vivo!
Compresi che per tutto il tempo passato ai campi aveva visto le stelle da morto, osservandole senza poter andare loro incontro, mentre loro venivano e andavano ogni giorno, libere.
Anche io mi misi a correre, e urlai alle stelle:
- E’ vivo! E’ vivo! Spaventapasseri non è più morto! Ora è vivo!
Anche gli altri si misero a correre, urlando assieme a me.

Cadde che era arrivato nei pressi di un fiume, che rifletteva la luce delle luna e delle stelle in scintillii argentei. Mai come allora il suo sorriso nero, disegnato, sul cuscino era stato così vivo. La faccia era rivolta alle stelle sue amiche, che erano splendenti più che mai, felici per la gioia del loro compagno di tante serate.
- Sono felice… – sussurrò.
Furono le sue ultime parole. Mi avvicinai a lui lentamente, aspettando che si rialzasse da un momento all’atro. Aveva un’espressione talmente serena… tutto in lui esprimeva gioia e tranquillità.
Lo colpii delicatamente con una zampa.
- Basta riposare. – lo sgridai. – L’hai detto tu che devi andare avanti.
Nessuna risposta.
- Smettila di riposare! – gli artigli squarciarono la fodera, affondando nell’imbottitura. Le lacrime non la volevano smettere di gocciolare sul suo volto. – Devi andare avanti. Devi andare avanti!
I quattro mi afferrarono, strappandomi dal corpo con forza. Ci unimmo in un caldo abbraccio, piangendo per il nostro amico che ci aveva abbandonato e che così tanto aveva saputo insegnarmi.
Quando mi resi conto che presto sarebbe giunta l’alba, chiesi a George e a Italo di aiutarmi. Prendemmo Spaventapasseri, e lo mettemmo in acqua, lasciandolo trascinare via dalla corrente, accompagnato dalle stelle che aveva sempre voluto raggiungere.
- In questo modo vivrà per sempre.

Spiegai ai quattro il modo per cambiare mondo; qualora si fossero stancati di cercare altri come loro, con la promessa di rincontrarci tra un anno, per raccontarci i nostri viaggi.
Prima di partire, ripensai un’ultima volta a quello che Spaventapasseri mi aveva detto.
- Perché vai avanti?
- Vado avanti per vivere.
Stupida semplice verità.

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G.I.D. (Gender Identity Disorder)

+000031312007bTue, 23 Oct 2007 21:34:19 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Giorno 30 Ottobre in occasione del Gender Bender Festival (a Bologna dal 30 Ottobre al 4 Novembre) Kappa Edizioni presenterà il manga in due numeri G.I.D. (Gender Identy Disorder) a opera della mangaka Yoko Shoji, pressocchè sconosciuta qui da noi, ma famosa in Giappone, dove tale serie è stata pubblicata dalla Kodansha dall’Aprile 2006 all’ Agosto del medesimo anno.

Il manga verrà pubblicato in 2 numeri, come in originale, da 208 pagine l’uno, al prezzo di 12 euro.

Ecco la trama del primo numero presa dal sito della Kappa Edizione (dove è presente anche quella del secondo numero, assieme alla copertina del medesimo):

Akiko si sente a disagio nel suo corpo, e la sua crescita è segnata dall’invisibilità della sua condizione. Akiko è infatti un uomo nel corpo di una donna, e si sente per questo in bilico tra sesso e genere: quando arriva a pensare di essere un mostro, scopre che anche altri vivono una tensione irrisolta tra la parte maschile e quella femminile. Non riuscendo a trovare un appoggio in famiglia, Akiko scopre in sé la forza di reagire, e per affermare la sua identità maschile decide di andarsene da casa e darsi un nuovo nome, Akira…

Una trama molto interessante e insolita nel panorama italiano, a partire dal titolo.

Il termine Gender è una nuova parola entrata da poco nel vocabolario comune (se non fossi venuto a conoscenza di questa serie probabilmente non l’avrei mai sentito) è sta a indicare un nuovo approccio al concetto di diversità tra maschio e femmina, distinguendo tra sesso e identità. Infatti, se di solito si distinguono i due sessi in base a delle differenze biologiche, i nuovi studi di genere si concentrano sui due diversi piani dell’essere.

Un argomento profondo, delicato, molto difficile da tratta dato il rischio di cadere in luoghi comuni o di urtare la sensibilità dei diretti interessati, o ancora di concentrarsi soltanto su alcuni aspetti, mettendone in ombra altri di pari importanza.

Purtroppo non potrò seguire subito questa serie, che uscirà solo nel circuito delle fumetterie, per vie delle spese che già sostengo e del prezzo elevato dei due numeri. Ciò è dovuto al mercato ristretto e al tipo di manga che non è certamente dei più commerciali.

Invito comunque tutti a comprare tale serie, sia gli appassionati che coloro che non hanno mai preso un manga (o un fumetto in generale) in mano; già con questa notizia si sarà capito che è un manga per adulti e che sarebbe utile farlo leggere a chiunque considera i fumetti come “roba per bambini”.

Ad ogni modo, seguirà G.I.D. non appena potrò farlo e ne farò certamente una recensione.

Ecco a voi un paio di link:

http://www.genderbender.it/ (sito del festival dove troverete tutte le informazioni a riguardo)

http://www.kappaedizioni.it/pages/news.asp (sito della Kappa Edizioni dove ci sono le scede dei numeri che compongono la serie e altre notizie)

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Volto Nascosto 1

+000031312007bMon, 22 Oct 2007 20:47:54 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Inauguro la nuova categoria “Fumetti Bonelli” parlando del primo numero della serie “Volto Nascosto”, il cui primo numero è uscito il 10 di questo mese. Nell’alto della mia pazzia mi è anche venuta l’idea di parlare di ogni singolo numero di questa serie che mi è veramente piaciuta e proseguire con le saghe e i numeri singoli delle altre testate bonelli (che mi piaceranno particolarmente).

Incominciamo con la copertina (che pote trovare nel sito della Bonelli) e qualche info:

La copertina è a opera del disegnatore Massimo Rotundo. I disegni (ma nel corso dei numeri ci saranno altri disegnatori) sono realizzati Goran Parlov e la sceneggiatura è stata realizzata da Gianfranco Manfredi.

Per iniziare, vorrei dire che l’unico motivo per cui ho preso questo numero è per via dello sceneggiatore Manfredi che ha curato la serie (assieme ad altri, naturalmente) per alcuni anni per poterla proporre al meglio ai lettori italiani. Manfredi l’ho conosciuto tramite le storie di Magico Vento di cui dispongo dei primi 34 numeri (un giorno mi procurerò anche gli altri) e che si sono sempre caratterizzati (certo con alti e bassi) per un discreto livello di qualità media, una solida trama (sia nel singolo numero che in generale) e degli ottimi personaggi.

Visto le premesse non avevo dubbi che avrei letto tale nuova fatica.

Prima di continuare pregherei a tutti coloro che non vogliono incorrere in spoiler di astenersi dalla lettura, anche se mi manterrò sul vago il più possibile (ma per forza di cose alcuni particolari dovrò dirli) e non dovrebbero esserci problemi per nessuno.

Trama: Ci ritroviamo nel 1889, nelle colonie italiane d’Africa. Nell’Aprile di quest’anno, Ugo Pastore, che accompagna il padre, Enea Pastore, rappresentante della compagnia romana Caput Mundi, incontrerà durante il suo soggiorno nella colonia Massalia (Eritrea) colui da cui la serie prende il nome: Volto Nascosto. Lo rincontrerà successivamente durante una spedizione pacifica, dopo aver assistito alla stipulazione di un accordo tra l’Italia e il sovrano d’Etiopia MenelikII, e alla fine del numero tornerà a Roma.

Come si può capire dalla trama il numero non è certo ricco di azione, di eventi importantissimi, di rivelazioni fulminanti, ma è quello che si definisce un numero introduttivo nel senso più ampio.

Gli autori delle serie hanno voluto creare una storia che non solo coinvolgesse il lettore, ma che fosse anche rispettosa della storia e ciò si nota perfettamente in ogni pagina.

Non mancheranno infatti, fin dall’inizio, riferimenti a usi e costumi della società italiana in quel periodo, alle condizioni di vita, al rapporto tra gli italiani e gli altri popoli ecc. Il tutto non scade nell’infodump, ma è sapientemente gestito e il lettore coglie tutti i riferimenti osservando le vignette e cogliendo piccoli particolari nei dialoghi intelligenti.

L’ambientazione storica non fa solo da sfondo e si accenna anche a un suo ruolo da protagonista (i rapporti tra Italia ed Etiopia ad esempio) che spero diventi più chiaro nei prossimi numeri.

Altro elemento importante sono i personaggi: Ugo Pastore è un ragazzo fuori dal mondo per carattere. Buono, altruistà e incapace di uccidere chiunque (nonostante abbia la mira di Ryo Saeba) non riesce ad adattarsi a quell’ambiente di spocchiosi militari e diplomatici che è costretto a frequentare per seguire il padre. L’incontro con Volto Nascosto è molto importante per lui, però è ancora presto per dire cosa accadrà tra i due.

Volto nascosto è invece l’enigma per antonomasia. Nascosto da una maschera (chi l’avrebbe mai detto?) nessuno conosce la sua identità, ma tutti lo conoscono, lo temono, lo rispettano e lo venerano. Spietato coi nemici, è generoso col suo popolo; è riuscito a riunire diverse tribù sotto la sua guida e si prodica per la risoluzione dei problemi che affliggono gli uomini e per ottenere l’indipendenza.

Tutto questo e ancora di più è Volto Nascosto. Le mie parole non ne rivelano che un decimo del valore intrinseco, però non sono abituato a fare certe cose e dovrò prenderci la mano (vogliate scusarmi). Il numero vanta un’alta qualità che non gli negherei mai, intrattiene come pochi (difficile interrompere la lettura per quanto è fluida) e spinge a fiondarsi in edicola per comprare il numero successivo.

A volergli trovare una pecca, direi che perde un pò nei disegni. Mi sono piaciuti, per carità, però mi sembra di notare una certa disarmonia tra i disegni che non mantengono sempre la stessa qualità; alcune volte sono davvero belli (adatti peraltro alla storia), mentre alcune volte non soddisfano appieno.

Ciò comunque non è tanto grave e nel complesso sono molto piacevoli da vedere (ma io sono di natura uno che si accontenta facilmente).

Legge Levi-Prodi sui blog: scampata minaccia?

+000031312007bSun, 21 Oct 2007 14:33:42 +0000UTC 18, 2007 claudio88 3 commenti

Keroro è scioccato da questa notizia

Negli ultimi giorni (io l’ho saputo solo ieri da quanto sono ignorante) si è sentito parlare spesso della leggi Levi-Prodi che prevede l’obbligo per tutti coloro che gestiscono un blog di registrarsi al ROC (un registro dell’autorità delle comunicazioni), fare certificati e pagare un apposito bollo. Questo provvedimento riguarda anche chi fa informazione senza fini di lucro.

Questa notizia ha fatto il giro del web in poco tempo, aiutata dal post apposito di Beppe Grillo, che è possibile visionare nel suo blog. Dure le accuse di Grillo contro questa legge che prevede la limitazione delle libertà di parola a chi possiede un blog, e che ha fatto incavolare praticamente tutti (e volevo ben vedere).

A volere approfondire l’argomento ho fatto una ricerca sul Gooooogle e ho spulciato un pò di siti e di blog. La maggior parte l’ho lasciata stare perchè erano soltanto (ma giuste e sensate) rimostranze per il provvedimento e rimandavano alle parole di Beppe Grillo.

Sul blog del suddetto ho letto i suoi commenti e anche alcuni dei suoi lettori (che ovviamente sono d’accordo con lui). Dopo circa 5 minuti mi sono fatto un’idea che giusta o sbagliata che sia la espongo qui di seguito:

Innanzitutto non si è capito se questa legge è stata approvata e da chi: Beppe Grillo dice che è stata approvata con l’unaminità dal Consiglio dei Ministri il 12 Ottobre, ma Antonio di Pietro, nel suo blog (verrebbe coinvolto pure lui?) afferma che è stato proposto come un provvedimento di routine e che non è stato nemmeno discusso. Chi ha ragione? Perchè fare tanto rumore se nessuno ha visionato questo provvedimento?

In secondo luogo, qualora fosse realmente stata approvata, dovrebbe passare al vaglio del parlamento, e con tutte le rimostranze, le petizioni, le email mandate ai diretti interessati, se non venissero fatte delle modifiche (ma c’è veramente bisogno di farle? Non ce ne sarebbe neppure da discutere) e tale legge fosse approvata ci sarebbe da divertirisi con le probabilissime manifestazioni, rimostranze di Beppe Grillo, discussioni ecc.

Se vi sembra che la stia pigliando troppo alla leggera, vi prego di non preoccuparvi e di continuare a leggere perché ho le mie motivazioni.

Solo una cosa prima di proseguire: questa legge mi sa tanto di ripicca nei confronti di Beppe Grillo, visto che spunta fuori dopo tutte le vicende e i dissapori che ci sono stati tra lui e il governo (chi ha parlato dell’insulto a Prodi?) ed sembra fatta apposta per metterlo nei guai. Certo lui non è che sia un santo, e basta leggere i suoi post per notare i toni critici e canzonatori che indisporrebbero chiunque (basti pensare agli insulti e all’aggettivo Prodiano che francamente se lo può risparmiare).

Inoltre è gravissima la sua accusa di dittatura nei confronti del governo, tant’è che ha dichiarato (con tono scherzoso, ma provocatorio) di volersi trasferire in un paese democratico.

Tornando alla sbrogliatura di questa matassa, c’è da dire che il caro vecchio Gentiloni (il ministro delle comunicazioni) ha dichiarato sul suo blog di aver riconosciuto l’errore, che si prende le colpe del mancato controllo e che non ha letto neppure la proposta di legge.

Il disguido è dovuto al fatto (dichiarazioni sue leggibilissime nel suo blog)  che pensava si trattasse semplicemente di una conferma delle norme vigenti da sei anni e che prevedono la registrazione solo per un esiguo numero di testate giornalistiche online per avere accesso ai contributi sull’editoria. Gentiloni stesso dice che non sarebbe giusto coinvolgere i blog e i siti comuni e che nessuna modifica alle leggi che ci sono  già deve essere fatta.

Quindi non c’è motivo di preoccuparsi (a meno di cambiamenti radicali), ma rimane la domanda: chi cavolo l’ha letta sta legge se neppure il ministro delle comunicazioni ne sapeva nulla? E come hanno fatto ad approvarla (Di Pietro dice di no)?

Staremo a vedere, ma io mi sento tranquillo e non vedo motivo di preoccuparsi e fare tanto scalpore visto le dichiarazioni del ministro.

Edit: approfitto del commento di Gabriella S. per discutere più approfonditamente delle questione. Non rispondo nel commento perchè sarebbe troppo lungo, per cui edito il precedente post.

Gabriella S. fa notare che nel Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri come compare nel sito www.palazzochigi.it. Mi ero scordato infatti di dire che la legge in questione può essere visionata nel sito in un pratico file pdf da una ventina di pagine. Anchio ho letto i punti che citi e sono d’accordo che in esso siano richiamati i blog, ma il fatto è che si deve distinguere da blog a blog.

Non pretendo di conoscere tutto il mondo dei blog italiani (figuriamoci mondiali), ma so che ce ne sono di tipi diversissimi e tutti con varie finalità: c’è chi vuole scrivere quello che gli passa per la testa (il sottoscritto); chi li usa come un diario particolare da condividere con gli amici di internet; chi li usa per postare le proprie opere (il sottoscritto); chi li usa per cavolate (il sottoscritto); chi li usa esclusivamente per l’informazione (giornalisti, politici, Beppe Grillo a modo suo).

Il punto è che è assurdo costringere coloro che usano i blog per svago a registrasi! Per quale motivo poi? Beppe Grillo ci sta sulle scatole, ma sarebbe ridicolo fare una legge contro di lui (vorrei tanto vederla)?

Se io mi apro un blog per mettere i miei racconti, le foto, i video di mio figlio che fa i primi passi e condividerli con gente che conosco, ma che abita lontano, perchè devo registarmi?

Fino a prova contraria gli art 15 e 21 della nostra costituzione (ce li ho sotto il naso proprio mentre scrivo) dicono che la libertà di ogni forma di comunicazione è inviolabile, che il diritto di espressione, di parola di pensiero è inviolabile e che questo diritto può essere limitato soltanto per via di un intervento giustificato per l’attività giudiziaria.

E in considerazione di ciò, chiedo: Ma che piffero gliene frega all’autorità giudiziaria se facciò vedere a mia nonna che viva in un’altra città le foto di mio nipote (esempio)?

Gentiloni e altri non hanno letto questa legge? Diritto loro non fare il loro lavoro che dovrebbe essere tra l’altro proprio quello di leggerle. Ma non mi si può venire a dire che devo iscrivermi a un albo solo perchè voglio esprimere i miei pensieri. A questo punto dovrei registrarmi anche quando sono con gli amici e chiaccheramo tranquillamente! Cosa cambia? C’è così tanta differenza tra il confidarsi a voce con un amico e farlo tramite un blog? Non che non c’è!

E’ stato detto che le modifiche verranno fatte. Tali modifiche sono state chieste a gran voce da molte persone e una petizione ha già raggiunto le 3000 voci che aumentano continuamente. Se tali modifiche non verranno fatte voglio proprio vedere come verrà gestita la situazione da questo governo.

Sarebbe poi uno spesso vedere in televisione la notizia di uno arrestato perchè non ha registrato il blog dove pubblicava poesie, foto ecc.

Per ora concludo qua, ma non escludo che col tempo ci saranno altri sviluppi. 

I nostri nick

+000031312007bFri, 19 Oct 2007 15:58:20 +0000UTC 18, 2007 claudio88 6 commenti

Che cos’è un nick? Il nick (abbraviazione di nickname) è lo pseudonimo scelto da ogni utente di internet per identificarsi in determinati contesti (per un forum, una chat ecc.).

Nel blog di Cinzia Pierangelini, una mia concittadina, l’ultimo post pubblicato chide questo (non me ne voglia nessuno se ne copio una parte): - Come l’avete scelto il vostro?

Finito questo post le scrivero sicuramente un commento, ma la mia riflessione sui nick era troppo lunga e ho deciso di scriverla qui.

Cinzia chiede le modalità usate per scegliere i nick. In questo blog uso il mio nome vero (Claudio Giubrone), ma nei forum che frequento (solo tre in effetti) uso due nick: Ichigo88 e Bartimeus88.

Da questi due nick si possono fare sia considerazioni specifiche che generali.

Considerazioni specifiche:

In entrambi c’è il numero 88 che indica la mia data di nascita (grande annata). Ichigo è giapponese e, sebbene il suo significato immediato sia “fragola”, ha un significato molto bello: è costituito da due kanji (ichi e go) che voglio dire ”uno” e “guardiano, angelo, protettore”

Ho scelto questo nick perché, essendo fratello maggiore, mi sento un pò guardiano nei confronti di mio fratello e perchè condivido molti aspetti del carattere di Ichigo Kurosaki, che è il protagonista del noto manga Bleach, pubblicato in Italia dalla Panini.

Il secondo nick deriva dal simpaticissimo demone Bartimeus, protagonista del libro “L’amuleto di Samarcand” di Jonathan Stroud.

Passiamo alle considerazioni generali.

Una volta scrissi questo: “ “ Il nome datoci alla nascita è falso. Non ha significato, non rispecchia la nostra vera natura. Il soprannome, pur non riflettendo l’interezza del nostro animo, ci viene dato, o ce lo diamo noi, in base al nostro carattere o, più nello specifico, ad un aspetto di noi”

I nick rappresentano dunque un aspetto di noi, che sia del nostro carattere, del nostro aspetto, o dei nostri gusti. Li scegliamo perchè su internet vogliamo essere conosciuti per un nick scelto da noi e che esprima noi stessi (non le preferenze dei nostri genitori). Capita a volte che i nostri nick siano ripetuti (capita se si scelgono in base ai protaginisti di film, libri, fumetti ecc.) così si mettono punti,numeri e simboli che ci differenzino ulteriormente.

Nei nick vi è il più semplice ed elementare tentativo delle persone di differenziarsi dalla massa, di cercare la libertà del nostro essere, indipendentemente da ciò che ci è scritto all’anagrafe.

Non importa che il vostro nick sia il nome del vostro eroe, del vostro cibo preferito, di un vostro particolare fisico, o anche il soprannome datovi dagli amici; siete voi a scegliere di usarlo su internet, quindi siete voi a dire al mondo: “Eccomi qua! In questa comunità io …. Questo è ciò che sono.”

Questa riflessione l’approfondirò presto in una piccola riflessione sul significato e l’importanza dei nomi, ma credo che sarà molto lunga e impegnativa, quindi ne farò delle puntate (che cosa carina!)

A presto,dunque, e visitate il blog di cui vi ho dato il link che è veramente carino.

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