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Archive for Settembre 2008

Scacchi, go e Hikaru no Go

+000030302008bThu, 25 Sep 2008 21:11:00 +0000UTC 18, 2007 claudio88 4 commenti

 

Io lancio l’amo, ma sono certo che non pescherò nulla. Se siete di Messina e vi piace il go, o vi interessa, potrebbe essere il modo di conoscerci. Ancora meglio sarebbe se foste studenti della facoltà di Scienze Politiche visto che con gli impegni universitari il tempo libero non è che sia poi tanto.

Passiamo ora al post.

Tra i tanti giochi da tavolo, due spiccano su tutti gli altri per bellezza, importanza e diffusione nel mondo (sarei tentato di includere lo shoji, ma non ne so molto): gli scacchi e il go.

E’ inutile introdurre gli scacchi: in Europa non c’è essere vivente che non li conosca. Per quanto riguarda il go, invece, ci vuole un po’ di storia.

In principio c’erano solo tenebre e distruzione, ma poi arrivò l’imperatore cinese Yao (2337–2258 a.C.) e nacque il go.

Stando a Wikipedia ci sono tre teorie (leggende) sulla sua nascita:

1. Fu creato per insegnare la disciplina al figlio dell’imperatore.

2. Deriva dall’usanza dei generali di usare pezzi di pietre per creare le proprie strategie.

3. Deriva da una pratica per predire il futuro.

La terza teoria è inutile, quindi facciamo che non se ne è mai parlato; la prima è romantica e anche plausibile (parliamo di cinesi: loro le cose le fanno in grande); la seconda invece è quella più probabile.

Ma facciamo un salto nel tempo, ripromettendoci di tornare sull’elemento guerra in seguito, e arriviamo nel 1998. Siamo in Giappone e il go si è diffuso ormai nel mondo. In questa terra dalle mille sorprese una giovine pulzella di nome Yumi Hotta decide di mettersi ai testi di un manga che chiamerà Hikaru no Go (“il go di Hikaru) mentre i disegni saranno del pischello Takeshi Obata (incerto all’inizio sulla tecnica, ma poi diventerà eccelso). Tale manga raggiungerà 23 volumi, genererà una serie animata, un gioco di carte, gadget, vestiti, giochi per console e anche mutande a pois (soprattutto le mutande a pois). Ma la cosa più importante è che Hikaru no Go fu un capolavoro, uno dei migliori manga sportivi di tutti i tempi, diffuse la passione per il gioco tra i giovani giapponesi (da tempo estranei a questo gioco), ridando smalto al mondo goistico giapponese, e infranse le barriere territoriali aumentando esponenzialmente il numero dei giocatori in tutto il mondo. Sì, perché se ancora non lo sapeste i manga sono più efficcaci di tutte le pubblicità messe assieme, soprattutto per quanto riguarda lo sport.

In Italia abbiamo gli esempi di Mila & Shiro e Holly & Benji; calcio e pallavolo sono famosi oggi tra i giovani soprattutto grazie a loro (meglio che però non parli di quanto odio il mondo sportivo italiano). Fu un successo dicevo, e se andate su un server di go e chiedete ai neofiti italiani in molti risponderanno: “Ho iniziato leggendo Hikaru no Go”. Questo manga, pur essendo un capolavoro, in Italia non ha avuto successo - lo sapevano tutti che non avrebbe venduto, ma la planet manga l’ha capito solo alla fine – ma qualche fan ce l’ha e la maggior parte di essi ora gioca a go.

Ricordo perfettamente che quando fu annunciato il suo arrivo tutti si chiedevano che cosa mai fosse il Go, poi uno fece vedere una copertina in cui comparivano delle pietre e si pensò che fosse una specie di backgammon.

Parlo per esperienza personale. Quando uscì il primo numero venni così preso che mi precipitai su internet a cercare informazioni sul go. Due siti dovete visitare assolutamente per farvi un’idea (naturalmente wikipedia va visto a prescindere) www.figg.org  e www.agi.go.it in cui troverete numerose informazioni sul gioco e su come giocare.

Sul gioco in sè voglio parlarne in seguito. Ciò che dovete sapere è che nel loro piccolo in tutta Italia ci sono diversi club di go, ovviamente concentrati al nord. Questi club sono amichevoli di natura -non troverete mai nessuno che vi rimprovererà per un errore, ma solo amici disposti ad aiutarvi (così non fosse dategli un pugno e dite che ve l’ho ordinato io) – e organizzano molti tornei tra di loro. Fesso io a provarci, a Messina non c’è un solo club; saremo una decina a conoscerlo (cinque sono miei amici, me compreso, gli altri li conto per supposizione) e uno a giocarlo (io) quindi ciò che rimane per me è giocare al computer. Non è comunque un problema perché ancor prima del manga  c’era una federezione italiana e anche una comunità italiana sui server online (spero un giorno di venire smentito).

Regole, dove e come giocare, i miei piccoli passi nel mondo del go e altre cose, l’ho già detto, le tratterò dopo con calma; Hikaru no go invece aspetta di finire la sua pubblicazione.

Torniamo quindi al titolo e spiego cosa c’entrino go e scacchi.

Per darvi un’idea, il go si gioca su un tavolo su cui sono tracciate una serie di linee verticali e orrizontali che formano 19×19 intersezioni (ma ci sono anche tavoli con 13×13 e 9×9 intersezioni) su cui i giocatori dispongono pietre nere e bianche. Ciò che colpisce è che all’inizio sul goban (così si chiama il piano di gioco) non c’è nulla e i giocatori mettono le pietre secondo una logica che i neofiti non comprendono.

Piccolo aneddoto personale: la prima partita che vidi commentata vedeva un commento dopo venti mosse particolare: “Il bianco è pazzo!”. Lessi il commento, guardai il goban con sole venti pietre messe (in totale) e rilessi il commento. In quel momento compresi che forse dovevo imparare qualcosa di più sul gioco.

Ma cosa c’entrano scacchi e go? Quello che voglio fare è vedere perché il go sia così poco praticato da noi, preferendo gli scacchi, ma senza tentare di decidere quale gioco è più bello. Penso che il motivo di questa sproporzione della diffusione sia soprattutto la cultura occidentale legata agli scacchi (cosa giustissima) ma che si debbano considerare le differenze tra i due giochi che rendono più appettibili gli scacchi. La logica che guida entrambi i giochi è la guerra. Infatti abbiamo in tutte e due i casi due schieramenti contrapposti -bianco e nero- e i giocatori usano le pedine come soldati da usare in guerra. Gli scacchi però sono molto più facili (gioco a livello dilettantistico in entrambi i giochi, quindi qualcosa la so) a partire dal fatto che il tavolo di gioco è molto più piccolo. A parte le dimensioni (non sono le dimensioni che contano XD) la differenza sostanziale è che negli scacchi abbiamo una serie di pezzi diversi tra loro con caratteristiche proprie, mentre nel go abbiamo solo pietre uguali che possono fare le stesse cose disposte su una tavola vuota. Nel primo caso chi gioca per la prima volta ha già un’idea di come funzionino le cose: deve usare i pezzi che ha, catturare quelli avversari, proteggere il suo re e uccidere quello avversario; sa anche come difendersi intuitivamente sfruttando le caratteristiche dei pezzi. Nel go invece non si sanno che pesci pigliare anche conoscendo le regole. Il goban è vuoto, abbiamo massima libertà d’azione e possibilità quasi infinite di gioco (un detto dice che non sia mai stata giocata una partita due volte -con giocatori reali però) ma proprio per questa mancanza di linee guida il giocatore principiante si muove alla ceca, aspettando l’iniziativa dell’avversario per poter agire. Io all’inizio – e ancora ora- giocavo di difesa, reagendo alle mosse dell’avversario piuttosto che attaccare a mia volta, perché senza una guida non si riesce ad avere una lettura di gioco e ad attaccare.

Mantenendo l’idea della guerra si possono vedere gli scacchi come uno scontro finale tra i due schieramenti e alla fine uno dei due re deve morire.

Nel go invece i giocatori sono i generali che devono disporre sul campo i soldati. Lo scopo è conquistare più territorio possibile (numero di intersezioni libere) per cui decidono mossa per mossa dove posizionare le pietre, in che modo rimpinguare le unità di attacco (non sono il massimo con le metafore militari), se abbandonare una pietra per concentrarsi su un altro territorio ecc. Non è poi nemmeno facile capire quando una partita finisce, anche perché spesso si abbandona quando si capisce come finirà la partita (capacità degli esperti, tragedia per chi ci capisce poco).

Ne vengono fuori due giochi simili, ma diversi negli intenti. Uno può così decidere quale è il gioco più adatto al suo carattere (il go è più snervante, come si sarà capito).

Questo post è stata un’introduzione, poi se ne avrò il tempo, e le forze, potrei anche spiegare il gioco man mano che lo capisco pure io.

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Ragazza rapisce i genitori per comprarsi la droga

+000030302008bWed, 24 Sep 2008 20:45:47 +0000UTC 18, 2007 claudio88 3 commenti

Vedo oggi al telegiornale il servizio su una madre che scopre di avere una figlia quindicenne che deruba la sua famiglia, copia carte bancomat e usa i soldi ottenuti per comprarsi la droga. A rincarare la dose lei e i suoi compagni si mettono pure a spacciarla: che bravi ragazzi!

Inutile fare i giri di parole, chi si droga è un cerebroleso, ma non per gli effetti delle droghe; bensì perché devi essere cerebroleso per farne uso. In questo caso i ragazzi sono pure dei delinquenti bastardi che spero passino un bel po’ della loro vita in riformatorio.

Nonostante potrei continuare a insultare per ore gli adolescenti d’oggi (grazie al cielo non sono mai stato come loro) , continuando per tutto il tempo ad avere ragione, voglio fare un appunto alle dichiarazioni del capo della polizia e di un tizio che hanno concluso il servizio.

Questi due hanno detto che ci vuole educazione e che si devono fare giri per le scuole per informare gli studenti. Le solite banali stronzate che si ripetono ogni volta.

In pratica si continua a vedere i ragazzi come piccoli putti alati innocenti che non hanno mai colpa. Si assiste così al classico squallido scarica-barile che vede lo scambio di accuse tra genitori e scuola. I primi sono accusati di non seguire i figli mentre i secondi di non istruire al meglio i ragazzi.

Tutte stronzate. Se è vero e giusto che i genitori devono seguire i figli e che al giorno d’oggi è a scuola che le menti si formano e si decide il futuro di una persona, è anche vero che il 90% della colpa è proprio dei rifiu… anima…ragazzi. Per la serie: Come mandare a quel paese centinaia di servizi televisivi e libri?

Ma io mi ritengo intelligente, e reputo da immaturi lanciare il sasso senza affrontare le conseguenze.

Partiamo dai genitori.

Gli unici momenti in cui i genitori possono seguire i figli è quando stanno assieme. In questo breve lasso di tempo devono stare con loro, passare bei momenti familiari e insegnargli come comportarsi. Sebbene il bene e il male non esistano (cosa lunga da spiegare) i genitori devono far sì che i figli non diventino dei delinquenti e quindi gli danno lezioni di vita.

Ora, se i genitori sono gente che non vale, anche il ragazzo avrà buone possibilità di finire in galera; ma se i genitori sono gente per bene e il ragazzo si droga (per restare in argomento) la colpa, si capisce, non è loro.

Se i genitori spiegano una cosa e il ragazzo non capisce, la colpa è unicamente del ragazzo. I genitori posso seguirlo e aiutarlo quanto vogliono ma se per lui non c’è speranza non si può fare nulla. Si prenda atto della cosa, seppur non faccia piacere.

Quello che psicologi, sociologi, teste di cavolo e tutti gli altri sembrano non voler considerare è che i ragazzi hanno un cervello (seppur quasi invisibile) e se decidono di drogarsi lo fanno. La colpa è loro e quindi vanno puniti. Non mi sembra tanto difficile da capire.

Per quanto riguarda la scuola siamo agli stessi livelli d’idiozia. A che serve fare corsi, tenere lezioni o che so io sugli effetti della droga? A meno che ’sti deficienti non vivano in una campana di vetro (nel qual caso non si correrebbe alcun rischio) sanno già cosa sono le droghe e gli effetti che hanno. Se si drogano è perché hanno deciso di farlo, buttare la loro vita (più ossigeno per me, dunque) e gettare vergogna sulla loro famiglia.

La questione è semplice: oggi i ragazzi fanno schifo, sanno di fare schifo e vogliono fare schifo.

I genitori e la scuola devono aiutarli, ma prendiamo atto che la colpa è loro.

Ma porc… (primo giorno di scuola, iscrizione all’università e rotture varie)

+000030302008bWed, 17 Sep 2008 18:41:46 +0000UTC 18, 2007 claudio88 5 commenti

Esiste la cosidetta legge di Murphy che dice “se qualcosa può andare male, andrà male” o qualcosa di simile. A parte il fatto che qualunque idiota lo sa, che non c’è un destino avverso contro di noi, e quindi è formulata male, e che ormai sto Murphy mi ha rotto, ci sono giorni in cui mi viene voglia di urlare per lo stress, prendere una sbarra di ferro, andare a fare quello che devo fare e picchiare chiunque mi crei un problema; per la serie: o fate come vi dico io, o mi spacco la faccia.

Oggi ero sul punto di farlo.
Sveglia alle 7 per uscire con mio fratello (madre appresso) e portarlo al suo primo giorno di scuola superiore. La strada normale è bloccata per il traffico, così prendo l’autostrada. Ovviamente appena uscito dall’autostrada rimango bloccato nel traffico. Se ce una cosa che detesto è quando il semaforo è verde e la gente non si muove; finisce poi che quando è il mio turno diventa rosso e rimango fregato. Naturalmente la seconda rotatoria della città non serve a un cavolo con quattro file di macchine che tentono di entrarvi, ma alla fine arriviamo a scuola e saliamo in classe. Alla fine è andata bene. Sono in 13, mi sembra, quindi sarà controllato, le prof sembrano simpatiche e i pochi compagni che ho visto mi sembrano a posto (i telegiornali restano in attesa).

Prima fatica superata.

Si fa pomeriggio e decido di andare a iscrivermi al secondo anno.

In un mondo normale, l’iscrizione a qualunque cosa dovrebbe essere facilissima grazie all’uso del computer: si fa domanda, si fammo i pagamenti e bam messaggio colorato che attesta l’iscrizione. E invece no!

Per fare l’iscrizione ci vogliono 3 ore, due chili persi, benzina consumata e stress a vagonate.

Grazie al cielo ci sono le segreterie online, così scarico i moduli che dovrò compilare. Iniziano le complicazioni. Innanzitutto non è che ti chiedono di pagare una tassa, ma vogliono i dati sul reddito così da farti pagare il giusto, ma io che cavolo ne so di questi dati sul reddito? Chiedo aiuto a mio padre (che per fortuna lavora in banca. Non voglio sapere come fanno gli altri a non impazzire) e tra una montagna di scartoffie troviamo i dati. Prima passo fatto, ma non è finita. Per completare il procedimento non basta completare i moduli, ma devo pure mettere gli stessi dati sulla mia pagina personale della facoltà per ricevere una nota d’iscrizione che nemmeno hanno voluto in segreteria. Dopo questo mi chiede di compilare un questionario di 64 domande per completare l’iscrizione. Stronzate! Un questionario borioso che mi ha preso un’ora di vita per poi ringraziarmi e basta.

Oggi pomeriggio, come già detto, vado in segreteria. I moduli li ho completati a metà perché sono paranoico e voglio il segretario che mi spieghi subito se c’è qualcosa che non va o che non capisco. Il Mercoledì apre dalla 15 alle 17 e io mi presento alle 15:05. “Chi ci sarà mai a quest’ora?”, mi chiedo sorridente. C’era una fila che usciva dall’edificio. “Ma porc…”

Entro e mi metto in fila. Capisco che mi manderanno a quel paese se non mi presento con i moduli completati così mi metto a un angolo e li finisco (per il primo anno si fa tutto al computer, per gli altri a mano!). Mi rimetto in fila e aspetto per 40 minuti con tizi boriosi accanti, due che si mettono a litigare, il caldo e tizi che saltano la fila per chiedere informazioni e ti guardano come a dire “E’ una cosa da poco, perché devo fare la fila?” (comprensibile, ma quando sei tu in attesa rimpiangi di non avere il porto d’armi).

Finalmente arriva il mio turno.

“Ecco il vaglia.”

“Portati via il resto”

“Questi documenti sono compilati correttamente?”

“Si,si”

“Ho già fatto domanda per il tutor (storia lunga) c’è bisogno di rifarla?”

“Futtitinne”

“Me ne sbatto del sport universitario, c’è bisogno?

“Futtitinne”

“Aspetti che metto data e firma”

“Dovete compilarli i prima i moduli. Mi spostate e li compilate”

Pensiero (solo per non fare scenate): “Che cazzo vuoi? Sono in fila da una vita, sudato e devo fare un procedimento inutile visto che sono iscritto dal primo anno. Aspetta un attimo che metto due date e due firme.”

“Ma dai! Manca pure la Marca da bollo”

Pensiero: “Fottiti! Mi costa 15 euro sta marca del cavolo e se si rovina o sbaglio a metterla devo riscaricare il modulo e ricomprarla. Ora la metti e se qualcosa non và mi dai i tuoi soldi.”

Finito tutto.

“Sono iscritto dunque. Tutto a posto?”

“Si,si”

“Grazie al cazzo!”

Dopo questo mi sento sollevato, vado all’altra segreteria (alla mia facolta ce ne sono tre!) e chiedo se ho l’obbligo di frequenza. Mi rispondono di no e quindi ogni volta che voglio posso saltare le lezioni (tanto vado bene comunque).

Tutto a posto, no? Peccato che tornato a casa controllo nella mia pagina dell’università per controllare una cosa. Cosa vedo? il messaggio: Iscrizione sospesa: causa altro.

Che cavolo vuol dire? Controllo i documenti. tra quelli che mi hanno lasciato ce n’è uno che certifica la mia domanda d’iscrizione al secondo anno e ora questo messaggio? La pagina degli esami l’hanno pure aggiornata perché ci sono le materie del secondo e terzo anno, ma quel messaggio mi terrorizza. Scopro anche che ancora non hanno messo il mio voto in Economia Politica, ma per quello ho il libretto di garanzia.

Domani mi tocca chiamare per vedere se ciò è dovuto semplicemente al fatto che ancora devono immettere i dati, o se c’è qualcosa che non va.

Categories: Incacchiature Tag:

Cose che fanno male

+000030302008bMon, 15 Sep 2008 21:53:25 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Alla CA. Gentile Direzione Carrefour di Assago

Mi chiamo Barbara  e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni.

Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale.
La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete:

• Finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo
• Sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco   Alimentare per la raccolta di generi alimentari
• Sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo”

Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge.

Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars.

Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco.

Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina.

Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“.

Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione.

Ho pianto. Dal dolore.

Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap:

-Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.

Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova.

Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale.

Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazione che io e mio figlio abbiamo subito oggi.

Categories: Senza Categoria

Io e l’inglese

+000030302008bSun, 14 Sep 2008 15:33:22 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Sono preoccupato per il mio futuro: troppe cose che non so, troppe cose che dovrei sapere, troppe cose che vorrei sapere ecc. Non nascondo che se ci penso m’intristisco ed è difficile tornare a sorridere se non dopo molte ore. Io però sono troppo ostinato per arrendermi; voglio avere il controllo, voglio essere quello che detta le cose, voglio poter guardare in faccia il problema dargli un pugno e dire “You can’t see me, fucking fatass!”.

Una delle cose su cui voglio avere controllo è la lingua inglese. Se da un lato sono convinto che l’Esperanto sarebbe la soluzione migliore per tutti, devo però prendere atto del fatto che l’inglese regna ed è molto difficile che venga detronizzato.

Ho quindi deciso di mettermici sotto con lo studio dell’inglese e di cercare qualche consiglio su internet (una preparazione scolastica non basta).

In pochi giorni ho trovato delle risorse di studio di cui devo ancora valutare la qualità, valutato metodi divertenti per lo studio (vedere la tv in inglese, leggere manga e libri in inglese). Nello stesso lasso di tempo ho preso atto del fatto che ci sono cose che proprio non capisco.

1. Sembra assurdo, ma è più facile trovare consigli su internet su come imparare il sanscrito piuttosto che l’inglese. Comparando (in Italia) i siti che aiutano a imparare il giapponese con quelli incentrati sull’inglese, il Giappone regna (come sempre). Questo credo sia dovuto al fatto che quasi tutti imparano l’inglese a scuola e quindi si concentrano sul come migliorarlo, non sull’impararlo. E’ anche dovuto al fatto che il Giapponese non è tanto diffuso e quindi si creano gruppi per studiarlo, studenti universitari che creano blog per condividere la propria esperienza, autodidatti che fanno vedere come sia possibile imparare la lingua senza iscriversi all’università.

2. Come si fa a distinguere lo slang americano da quello inglese? La lingua è la stessa, ma ci sono piccole differenze nella pronuncia e altre grandi come i vari “gonna”, “gotta” e ”wanna” che quando li ho sentiti per la prima mi sono preoccupato per la salute delle mie orecchie. Mi chiedo se il miscuglio che si viene a creare durarnte l’apprendimento non sia un problema grave.

3. Gli scrittori o ci sono o ci fanno. Ho letto qualcosina di Erikson (cercate su www.fantasymagazine.it) prima di decidere di cominciare con un autore più facile e ho visto (ma anche in altri autori) scelte linguistiche veramente strane come frasi che pur col vocabolario sottomano non riuscivo a tradurre in modo sensato o diversi giri di parole per dire una cosa che in italiano necessita di una parola. Un esempio: c’è una scena in cui un personaggio si copre gli occhi. Erikson la descrive così: alzò la mano mettendola davanti ai suoi occhi (con un’inclinazione di 20 gradi per evitare danni alla retina causati dalle onde zeta, esistenti soltanto nel suo mondo)”. In inglese esiste il verbo “coprire” quindi la stessa frase poteva scriverla con “si coprì gli occhi”. Questa scelta stilistica l’ho vista anche altrove e non riesco a spiegarmi il perché ci si debba complicare la vita così.

4. O i madrelingua appartengono a una setta segreta, o tutti quelli che studiano l’inglese imparano una lingua diversa. E’ ovvio che un madrelingua abbia un vocabolario molto più vasto e una padronanza della lingua superiore, ma ogni volta che leggo qualcosa scritto da un non-madrelingua raramente mi ritrovo a dover ricorrere al vocabolario e capisco subito le frasi senza dover rivedere troppo le regole (ciò vale sia per gente al mio livello che per quelli veramente bravi, che parlano inglese da tanto). Quando invece a scrivere è un madrelingua mi sembra di non aver mai studiato l’inglese. Lasciando stare i forum che sono difficili (abbreviazioni, modi di dire ed errori casuali) quando invece leggo qualcosa scritto da un madreligua mi trovo a che fare con frasi da studiare per capirci qualcosa e a dover usare il vocabolario una parola sì e una no.

Japanese Language Proficiency Test (JLPT)

+000030302008bThu, 11 Sep 2008 17:00:58 +0000UTC 18, 2007 claudio88 13 commenti

Il Japanese Language Proficiency Test (nihongo nōryoku shiken  in giapponese, o JLPT per gli amici) a quanto ne so è il più rinomato test internazionale per la valutazione della conoscenza della lingua giapponese.

In parole povere, se il vostro sogno è lavorare in Giappone dovete aver passato almeno il secondo livello.

Ho fatto qualche ricerca (sono veramente molte le pagine a esso dedicate) e ho scoperto che dal 2010 passerà da quattro livelli a cinque. Uno sarà aggiunto come livello intermedio tra gli attuali terzo e secondo livello.

Attualmente i livelli sono 4. Su wikipedia c’è questa tabella indicativa:

 

Test content and requirements summary
Level Kanji Vocabulary Listening Hours of Study Pass Mark
4 ~100 (103) ~800 (728) Beginner ~150 60%
3 ~300 (284) ~1,500 (1409) Basic ~300
2 ~1000 (1023) ~6,000 (5035) Intermediate ~600
1 ~2000 (1926) ~10,000 (8009) Advanced ~900 70%

Mica cavoli! Intanto per i primi tre livelli bisogna azzeccare almeno il 60% delle risposte esatte e poi già dai dati sembra molto difficile.

Il test è inoltre diviso in tre sezioni: Kanji e vocabolario; ascolto e comprensione; lettura comprensione e grammatica.

Tre sezioni per verificare specifiche aree della comprensione che richiedono un impegno costante da parte di chi vorrà provarci.

C’è anche un limite di tempo: 100 per il quarto livello; 140 per il terzo; 145 per il secondo; 180 per il primo.

La percentuale di successo è molto bassa: poco più della metà degli esaminandi ha passato il quarto livello l’anno scorso.

In Italia il test è possibile farlo solo a Milano o a Roma (sempre loro, tutti gli altri pedalino) e per iscriversi bisogna evocare lo spirito di un burocrate giapponese per compilare nei primi di Settembre i moduli  relativi e pagare le tasse. Il test è il 7 Dicembre e i risultati vengono dati a Marzo.

Inutile dire che coloro che studiano giapponese all’università sono avvantagiati ma tutti possono farlo.

Francamente è proprio il fatto che sembri impossibile per un autodidatta studiare il giapponese fino a un certo livello che mi fa venire voglia di provarci. Anche solo passare  il quarto livello da autodidatta sarebbe una cosa meravigliosa, da andare con gli amici al bar, scolarsi due o tre bottiglie di sake importate per l’occasione e poi ballare sui tavoli cantando vecchie canzoni di pescatori (come in Ranma).

Per passarlo ci vuole costanza, impegno, passione e mezzi (grazie ai manga e agli anime) e trovare il materiale per superare l’impossibile è facile (basta anche vedere che libri usano gli universitari). Però, vedendo la tabella mi vengono dei dubbi.

Nella tabella si vede che indicativamente per ogni livello è bene conoscere un certo numero di kanji e di parole. Ora mi chiedo: Come fa uno a sapere 800 parole per il quarto livello e 10000 per il primo? Non sono nemmeno sicuro di riuscire ad elencarne 800 in italiano!

Mi chiedo poi quali sono queste 800 parole e 100 kanji che uno dovrebbe conoscere. C’è un elenco ufficiale? E se non c’è come si fa? Potrei benissimo imparare 100 kanji presenti negli altri livelli, ma poi non trovarne nemmeno uno nel quarto.

Al di là di questi problemi tecnici direi che il vero ostacolo è trovare il tempo per studiare (gli altri fattori o si hanno, o non si hanno) perché si deve conciliare lo studio con gli altri impegni (difatti questo è l’unico vantaggio che hanno gli universitari in Lingue Orientali). Per quanto mi riguarda, voler fare questo test è presto. Prima di tutto devo vedere come sono combinato al secondo anno dell’università, riuscire a racimolare crediti e dare storia a Dicembre (sociologia me la dò per ultima in estate così non sono arrabbiato e posso fare le altre materie in tranquillità). Poi fare questo test non è neppure necessario per chi come me vorrebbe studiare il giapponese per passione, ma la sfida del quarto livello è troppo allettante.

Si vedrà.

 

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30 e lode, cambiamenti e uno sguardo al futuro

+000030302008bMon, 08 Sep 2008 14:34:29 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Sveglia alle 8. Mi alzo arrabbiato, saluto mia madre e faccio la doccia. Ho passato una notte schifosa e tra un’ora dovrò essere all’università per sostenere il dannato esame di Economia Politica; una materia che piace quando si accettano le basi su cui poggia una teoria e che si odia quando le basi di un’altra teoria non si accettano (bastardi monetaristi). Dopo un mese di studio è finalmente giunto il momento di vedere se Agosto è passato inutilmente, o se ne uscirò da vincitore.

Si fanno le 9 e impreco contro i gratta e sosta. DI solito trovo sempre posteggio dove è gratis, stavolta però lotto contro il tempo e un gratta e sosta che non vuole farsi grattare. Fatto. Salgo le scale e raggiungo l’aula, certo che dovrò rodermi il fegato nell’estenuante attesa del professore.

Il professore è già lì ad aspettarmi; con lui altri prof di altre materie e gli assistenti. Mi avvicino, mi presento e aspetto che mi faccia iniziare l’esame (sono il primo del corso). Lui mi dice che non vedendo nessuno era passato a un’altra materia. Mi siedo aspettando il mio turno. La ragazza prima di me prende un 30 e lode (penso che il professore è in vena di regali). Il prof guarda il foglio, mi fissa e mi lascia all’assistente.

L’assistente non lo conosco, ma tanto non conosco neppure il prof visto che non ho seguito le sue lezioni.

Sono io di fronte a lui: due uomini, due quattr’occhi, due messinesi, due terroni.

Inizia lui chiedendomi la teoria del consumo. Io rido sotto i baffi (ho mandato all’università i figli di quelli della Starcomics; so tutto sul consumo). Dopo il consumo si passa ai vari mercati. Io schivo l’offessa e lancio una risposta perfetta. E’ il momento della macroeconomia. Le luci si spengono, la terra si squarcia e demoni di vario tipo vengono a starmi accanto… ma non mi avranno. Non fosse stato per la macroeconomia avrei studiato per una settimana e il resto del mese l’avrei passato a divertirmi, ma invece ho dovuto sbatterci la testa, ingrassare  (sotto stress mangio più del solito) e diventare isterico. Mi chiede la differenza tra neoclassici e keynesiani, e l’Ave Maria di Shubert risuona nell’aria. “Si!”, sussurrò.

Alla fine lui mi guarda, io lo guardo, lui guarda il prof, io guardo il prof, lui mi guarda, io comincio a pregare.

“E’ stato un ottimo esame!”, mi dice.

“Puoi dirlo forte che è stato ottimo”, pensò incrociando le mani, “Di’ quello che voglio sentire e facciamola finita”.

“30 e lode”

AND EVERYBODY DANCE NOW!

Alla faccia di quel bastardo di sociologia generale (spero diventi impotente) questo è il mio secondo 30 e lode e ora mi sento una meraviglia.

Per quest’anno mi resta solo storia contemporanea (una bestia di tre libri) e sociologia generale (che se il prof non fosse un gran figlio di buona donna avrei già passato). Sociologia capace che me la dò come ultima materia dell’anno prossimo per affrontare tranquillo le altre, ma storia è dura e il prossimo appello è a Dicembre, mentre a Gennaio dovrò dare gli esami del secondo anno.

Sarà molto dura perché non ho praticamente nessun credito di quelli che dovrei avere come altre attività e crediti liberi (chi è l’idiota che se li è inventati) e ormai è certo che farò come minimo un anno fuori corso solo per poterli racimolare in qualche modo (puoi avere tutti i bei voti che vuoi, ma se ti manca anche solo un credito puoi attaccarti a un palo e pagare le tasse per un altro anno).

E’ colpa mia, purtroppo. Alcuni corsi li ho snobbati perché non sapevo che i crediti stessero a 8 ore di lezione, ma d’ora in poi me li seguo tutti. Per quanto riguarda le materie sono stato stupido a non dare nessun esame a Gennaio, ma col senno di poi è stato un bene.

Ora devo iscrivermi al secondo anno e sceglierò relazioni internazionali, ma fino all’inizio delle lezioni non voglio toccare libro; ho studiato durante tutta l’estate, un po’ di riposo me lo stramerito.

C’è da dire una cosa sull’università: ti costringe a cambiare molto della tua vita. Non parlo solo del fatto che si è abbandonati a se stessi, ma anche del dover cambiare le proprie abitudini di vita.

Durante il liceo non avrei mai creduto che avrei studiato così tanto (anche a notte fonda) e che farlo sarebbe stato un piacere. Non avrei nemmeno mai creduto che di non vedere i miei amici durante l’estate. Ci siamo visti, certo, ma non tanto quanto volevamo. Dobbiamo prepararci il prossimo anno. Abbiamo incontrato molti problemi e bisogna organizzarsi. C’è stato chi è andato in vacanza metà mese, chi alla casa al mare senza possibilità di raggiungerci (siamo dovuti andare noi, ma da lui non c’è molto da fare), chi non ha continuato gli studi iniziando a lavorare, chi fa gli studi e si è visto gli esami a fine mese e non è potuto uscire molto per studiare.

Nulla d’irrisolvibile, per fortuna.

Ora però voglio pensare un po’ di più al futuro. Nell’immediato voglio fare un inventario di tutti i fumetti che ho e vedere quali numeri mi mancano. Voglio scrivere anche. Durante questi mesi mi sono venute in mente diverse idee che voglio mettere su file e organizzare al meglio per vedere se ne esce finalmente qualcosa; sono bravo nel’ideare gli inizi, ma non riesco a decidermi su nessun finale e quindi ogni tentativo di progettare una storia non serve, per cui butttò giù le idee e stavolta prima organizzo tutto e poi vedo che ne viene fuori (magari è la volta buona).

Voglio anche leggere in inglese, perché la mia conoscenza di questa lingua non è per nulla abbastanza. Quando finirò un libro tutto in inglese sono sicuro che la prodronanza della lingua ne uscirà molto rinforzata e all’ora sarà tutto un crescendo.

Ma è proprio la lingua a creare problemi per il futuro. Al secondo anno c’è un’altra lingua da imparare (ma posso anche darmela l’anno dopo) e nella laurea specialistica c’è n’è un’altra, ma non so se deve essere diversa o serve ad approfondire quella scelta nel secondo anno.

Al terzo anno o dopo la laurea voglio fare un test internazionale d’inglese per avere una certificazione.  Poi devo vedere per quest’altra lingua (o altre) come combinarmi. E poi c’è il Giappone.

Imparare il Giapponese è da anni un sogno nel cassetto. Non tanto perché non voglia veramente impararlo, ma perché qui a Messina non ci sono corsi (cinese, russo e arabo ci sono però…) e dovrei fare tutto da autodidatta. Va da sè che è una decisione importante che comporta il pieno impegno verso un’obbiettivo che va oltre la laurea. Imparare il giapponese sarà per me un piacere, e se poi sarà utile nel curriculum ben venga.

Il curriculum però mi pone nel dubbio. Quale lingua orientale mi conviene  studiare? Il giapponese o il cinese? Credo di avere forze sufficienti solo per una di essere e se il cuore mi spinge verso la prima a occhi chiusi il cervello mi allerta che anche il cinese potrebbe servirmi e che se in italia è uscito addirittura un corso DeAgostini sul cinese dovrei prendere in considerazione l’idea di studiarlo.

In quest’ambito non so proprio che fare. Se dopo la laurea riuscissi a trovare un lavoro che mi ponesse in contatto col Giappone sarei l’uomo più felice del mondo. La Cina però va forte. Quale lingua è meglio studiare? La ragione mi spinge a pensare che più uno stato s’impone nel mondo è più gli serve l’inglese (con buona pace per l’esperanto) e so che in Giappone  non sono in molti a parlare l’inglese a livello professionale (voci pescate da internet).

Chiedo quindi aiuto: Che lingua studiare? Quale è la più utile nel futuro? Che possibilità lavorative ha uno che si laurea in scienze politiche e sa il giapponese?

 

P.S Ma è mai possibilie che in tre librerie si trovi il libro dei Tokyo Hotel e non un solo libro sulla storia del Giappone? Amo le librerie, ma mi sa che farò un elenco dei libri che voglio  e li ordinerò da internet.