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Un piccolo parere su “Gardens of the Moon” di Steven Erikson

+000028282009bSat, 28 Feb 2009 15:10:12 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Dopo qualche mese ho finalmente finito il primo libro di Steven Erikson. Ho impiegato più tempo del previsto anche perché con l’esame di mezzo ho preferito accantonare la lettura, ma ho perso tempo sia perché mi sono messo ha scrivere all’inizio tutte le parole che non conoscevo e sia perché per qualche motivo, anche se mi impegno, sono molto più lento a leggere in inglese (anche quando conosco le parole). Ho sbagliato a voler scrivere le parole su un file word perché mi rallentava la lettura e mi costringeva ad assumere posizioni strane e scomode per poter leggere e scrivere al contempo.

Ho dunque deciso di lasciar stare e di godermi la lettura. Alcune cose le poi capite dal contesto mentre altre no, ma ciò è dovuto al fatto che imparare una lingua senza vocabolario è un processo lento, ma anche piacevole e meno stressante.

Ho imparato che posso leggere un libro e godermelo anche se non conosco le parole. Rispetto a quando ho iniziato, direi che è un ottimo risultato.

Ora voglio passare al libro, fermo restando che chiunque non l’abbia letto può anche risparmiare il suo tempo, perché, anche se cercherò di non fare grossi spoiler, non garantisco nulla .

Ogni volta che si giudica un libro di una saga (quindi una trama che si dipana per più libri) è necessario fare due considerazioni: la prima riguardo al libro in sé e la seconda riguardo a tutta la saga.

Leggendo questo libro ho notato che in primo luogo i difetti sono anche pregi e che Erikson si è trovato di fronte a un grande problema: “Come li convinco i lettori a sborsare soldi per tutta la serie, visto che dovranno leggere un bel po’ e ci sono pure i libri di Esslemont (da dove sia sbucato costui non lo so)?”

Diciamo che questo libro ha una trama chiusa, può essere letto tranquillamente e se non piace si può chiudere con Erikson. C’è un disegno enorme alle spalle dovuto anche al numero di libri ( e meno male) ma c’è anche una trama che funziona da introduzione alla saga.

Introduce molti personaggi, dà al lettore molte nozioni (cultura, geografia, popoli, magia, trama ecc.) e dà al libro un senso.

Alla fine della lettura ci si sente soddisfatti perché si può posare il libro in santa pace e dedicarsi ad altro, ma ci si sente anche coinvolti e si ha voglia di leggere il seguito per vedere come proseguirà la storia. Questo è un obbiettivo difficile da raggiunge ma E. ce l’ha fatta.

Il problema sono le prime 158 pagine che corrispondono al primo libro (7 libri per 24 capitoli + l’epilogo).

Il primo libro serve da introduzione al resto, quindi è come se fosse l’introduzione all’introduzione alla saga. Questo già basta per sentirsi scoraggiati, ma la fatica paga perché il meglio viene dopo.

Questa prima parte è stata un po’ fallimento perché è risultata noiosa e più complessa del dovuto. Erikson avrebbe potuto snellirla, chiarire qualche punto oscuro e tutto sarebbe andato liscio.

Il difetto/pregio di Erikson è che non dice quasi nulla. Lui ha ideato una trama complessa e a messo in gioco i personaggi. I protagonisti del libro non parlano, non si lasciano a lunghe spiegazioni di quello che fanno e l’autore non perde molto tempo a raccontare quello che passa loro per la testa.

“E meno male!”, mi viene da dire. Francamente parlando, ogni volta che un autore si mette a raccontare i pensieri dei protagonisti e il loro passato mi viene voglia di buttare il libro (l’unico che può farlo è Frank Schatzing). A volte ci casca pure lui ed infatti quelle sono le parti più noiose.

I protagonisti parlano tra loro normalmente, senza dire più di quello che direbbe chiunque nella stessa situazione, e agiscono. La caratterizzazione non viene data dallo scrittore, ma dal personaggio stesso che parla e agisce. E’ così che deve essere! Non capisco proprio le critiche alla mancata caratterizzazione dei personaggi da parte di Erikson, perché quello adottato da lui è l’unico metodo che trovo giusto.

Quello che vale per i protagonisti vale anche per la trama e il mondo. E’ il lettore che si mette a capire quello che succede, a porsi domande, a cercare di capire il mondo e i protagonisti.

Questo è il grande pregio di Erikson e del libro, ma è anche il suo difetto. E’ pregio se si guarda a tutta la serie, mentre se si guarda al libro in sé è un grave difetto.

Va bene che per capire tutto devo leggere la serie, ma se devo arrivare alla fine per capire ogni singola cosa del libro che dovrebbe essere l’introduzione la colpa non è tanto del lettore, ma dello scrittore. Come libro a sé questo raggiunge la sufficienza perché si capisce poco.

La colpa di Erikson sta anche nel fatto che nel non volersi complicare le cose con troppi personaggi, complica le cose al lettore che non capisce nulla.

Faccio un esempio con Kruppe:

Si scopre a un certo punto che è anche l’Eel, il maestro delle spie. Questo colpo di scena non è riuscito perché l’avevo capito subito. Il problema è che accentrando in un solo personaggio più funzioni, più misteri, Erikson si toglie la possibilità di dare spiegazioni. Gli altri personaggi con capiscono nulla di loro e Kruppe non spiega perché deve seguire i suoi interessi.

C’è anche il personaggio di Toc the younger che oltre a essere un soldato è pure un Claw. Da un lato non lo si capisce come soldato e dall’altro come Claw; quando poi i due aspetti si uniscono la situazione diventa tragica.

Erikson esagera spesso nel non spiegare nulla e nel dare accenni a cose che verranno spiegate dopo. Sbaglia soprattutto quando sono i personaggi stessi a chiedere spiegazioni e quelli che sanno e potrebbero dargliele non lo fanno per non si sa quale motivo. Alla fine, quando un personaggio scopre qualcosa (penso soprattutto a Paran) se la tiene per sé quasi per ripicca, tipo quando i bridgeburners si chiedono dove sia finita Sorry.

A fine libro le cose si complicano ancora di più perché c’è uno stacco temporale in cui sono sicuro i personaggi si sono dati delle spiegazioni tra loro, ma io non saprò nulla se prima non mi leggerò gli altri libri.

Il finale è brutto. Qui Erikson ha semplicemente toppato. Tutto quello che succede negli ultimi capitoli, sembra grande, vuole essere qualcosa di grandioso, emozionante e coinvolgente, ma alla fine non succede nulla ed è raccontato pure male. C’è pure uno scontro con un demone molto potente (dice Erikson, io non sono sicuro) che si risolve in cinque righe.

Tutto il libro poggia sul risveglio di un Jaghut che dovrebbe essere potentissimo e che alla fine non conclude nulla.

L’epilogo è strano, a metà tra “arrivederci alla prossima puntata” e “vissero tutti felici e con qualche cicatrice in più”.

Erikson descrive i paesaggi quel tanto che basta e creare un immagine nel lettore, ma a volte ciò non basta e per quanto riguarda i personaggi non si sforza nemmeno. Nessun problema per i protagonisti umani, ma quando si ha a che fare con altre razze e nemmeno un accenno all’aspetto fisico il lettore non sa cosa deve pensare. Alla fine mi sono immaginato esseri umani con vestiti strani o un diverso colore della pelle, ma ciò non è abbastanza per parlare di un’altra razza.

Altra delusione è stata la magia che sembra non avere limiti se non la razza. Per capirci, gli umani sono deboli solo perché sono umani e gli altri sono forti perché non sono umani (molto banale e deludente). Quando poi c’è un umano che sa il fatto suo ovviamente c’è l’avvertimento “per capire questo devi leggere il libro x”.

L’impressione generale che ho avuto è che Erikson non sapesse molto bene cosa fare nel dettaglio, a parte un quadro generale e che molti accenni siano rimandi a qualcosa che doveva ancora progettare.

Mi ha convinto però a proseguire nella lettura. Ora passo ad altro, ma il resto della serie lo leggerò di sicuro.

Sono sicuro che quando lo rileggerò finita tutta la seria questo libro mi piacerà di più perché saprò più cose, ma ciò non toglie il fatto che come libro a sé sia solo sufficiente. Ovviamente, parte di quello che non ho capito è anche dovuto al fatto che l’ho letto in inglese. Erikson è un autore difficile e la sua scrittura acerba non mi ha aiutato, soprattutto con tutti quei verbi e aggettivi.

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Diario dal fronte asiatico

+000028282009bFri, 20 Feb 2009 15:28:18 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Lingua: Gapponese

Interesse: 10 su 10

Grado di difficoltà: 10 su 10

Ho iniziato a studiare seriamente il giapponese dal 15 Dicembre. In questi due mesi non ho potuto fare molto per via di diversi impegni e anche perché, a differenza dell’inglese, l’apprendimento di questa lingua mi ancora al computer. Ho fatto poco rispetto a quello che avrei potuto fare, ma i progressi si vedono e sono soddisfatto di me stesso.

Sfatando un luogo comune, la grammatica giapponese (almeno al mio livello attuale) è molto facile e l’uso di libri o consigli è consigliabile soprattutto per le particelle (anche perché senza non si capirebbe nulla). E’ difficile descrivere quanto sono fiero di me stesso ogni volta che riesco a capire qualcosa semplicemente guardando la frase in giapponese, e sono ancora più fiero quando riesco a capire una parola mentre guardo un anime o un dorama.

In un prossimo post potrei anche spiegare perché molti di quelli che studiano giapponese sbagliano ma per restare in argomento ecco come studio io.

Il mio deck di Anki dice:

Le 386 carte già visualizzate di questo mazzo contengono:

· 380 kanji diversi in totale.

· Jouyou: 374 su 1945 (19.2%).

· Jinmeiyou: 0 su 287 (0.0%).

· 6 non-jouyou kanji.

Livelli Jouyou

· Grade 1: 61  su 80  (76.3%).

· Grade 2: 104 su 160 (65.0%).

· Grade 3: 81  su 200 (40.5%).

· Grade 4: 46  su 200 (23.0%).

· Grade 5: 11  su 185 (5.9%).

· Grade 6: 24  su 181 (13.3%).

· JuniorHS: 47  su 939 (5.0%).

Non male visto il poco tempo che ho potuto dedicarvi. La mia unica fonte ormai è IKnow. Se se ne ha il tempo si possono usare sia IKnow che Anki, ma ormai ho deciso di prendere le frasi da uno e metterle nell’altro. Gli Hiragana e i Katakana non li ho studiati. Anki mi presenta la frase che ha sia kanji che i due sillabari e la risposta presenta la pronuncia nei due sillabari e la traduzione. All’inizio mettevo anche la pronuncia in romaji, ma ora non mi serve più: col passare del tempo ho imparato i sillabari (e lo stesso faccio con i kanji) senza sforzo. La fregatura è che questo sistema funziona solo con gli elementi più comuni, mentre per gli altri ci vuole più tempo; ma visto che sono all’inizio non mi preoccupo.

All’inizio ci andavo pesante con le frasi, mettendone quasi trenta al giorno e ogni volta che sbagliavo qualcosa mi fissavo e ci tornavo più e più volte. Ora al massimo metto venti frasi e ci vado leggero nel giudicarmi. Facendo così, non solo il carico di lavoro è minore e dilazionato nel tempo, ma diventa un piacere.

Dopo tanti anni passati a vedere anime subbati si potrebbe dire che ho sprecato il mio tempo visto che non parlo il giapponese (con i sottotitoli non s’impara una lingua) ma senza accorgermene ho abituato il mio orecchio al parlato e non faccio fatica a riconoscere i suoni. La perfezione è lontana, ma non sono agli inizi.

Ho deciso di vedere almeno 40 minuti di giapponese al giorno. Da una settimana pedalo (chi lo dice he imparando qualcosa non si dimagrisce?) e guardo un episodio del dorama Kekkon Dekinai Otoko che dura 46 minuti circa e la sera, se non ho niente da fare, guardo almeno un episodio di un anime. Al momento punto alle 100 ore e poi considererò se ci sono stati progressi (non che mi aspetti passi da gigante).

Oltre a tutto ciò ho deciso di leggere ogni giorno qualcosa su wikipedia in giapponese (inizio con la pagina di Inuyasha). Per far ciò vado su wikipedia in italiano e poi seleziono la lingua giapponese, poi per poter leggere uso Rikachan.

Rikachan è un simpatico componente aggiuntivo di firefox che passato sui kanji ne presenta la lettura in hiragana e il significato (si può scegliere tra più lingue, ma non c’è l’italiano) sia come singolo carattere che in relazione al resto della frase. Ha solo un difetto:

La traduzione non va bene per i sillabari perché in base a essi mostra dei kanji con la stessa lettura e il loro significato.

Categories: Lingue

Devo darmi una regolata

+000028282009bWed, 18 Feb 2009 20:42:08 +0000UTC 18, 2007 claudio88 2 commenti

Oggi ho dato l’esame di diritto internazionale. Inizio alle 12 e io primo dell’elenco, la prof arriva in ritardo e chissà perché finisco interrogato dall’assistente.

Ne esco fuori dopo venti minuti (come vola il tempo in certi casi) con un 27.

Da questo voto si capisce quanto io sia idiota. Non solo ho passato quasi due mesi a studiare (rinunciando a fare anche un altro esame perché non ci arrivavo) ma ho preso solo 27. Non che mi lamenti visto che è un buon voto, ma non è possibile che impieghi così tanto tempo a preparami e che ogni volta mi blocchi per il nervosismo.

Il fatto è che non so organizzarmi e ora mi trovo con molti esami da sostenere, un numero incredibile di crediti da prendere e non so ancora quanti anni fuori corso che dovrò fare per laurearmi.

La cosa peggiore è che è tutta colpa mia e della mia pigrizia e io detesto essere nel torto. In realtà il tempo per preparami prima e per più esami l’ho avuto, ma tutti i giorni mi ripetevo “C’è ancora tanto tempo”. Alla fine il tempo non c’è mai. Quindi inizierò a studiare prima.

Poi ci sono le prove in itinere. Fino ad ora non le ho fatte perché preferisco giocarmi il tutto all’orale, ma se poi devo rovinarmi il voto col mio nervosismo tanto vale farle; se mi vanno bene allora avrò meno lavoro da fare, sennò avrò lo stesso fatto del lavoro da scalare per le sessioni ordinarie (sì, ci sono arrivato adesso a questa verità e sì sono un’idiota, ma l’ho già scritto).

Studiare prima e fare almeno una prova in itinere… sperando di riuscirci.

Oltre a questo, sempre riguardo allo studio, devo conciliare le tre lingue e devo conciliare anche lo studio delle stesse tra di loro.

Ho bisogno di calma, di poter pensare tranquillamente.

Per ora lascio che la mente si riposi, domani studierò il giapponese pedalando al contempo (giusto per prendere due piccioni con una fava) e poi farò un bel bagno. Solo dopo tutto ciò programmerò il mio studio.

Detesto avere questi problemi! Vorrei che le giornate durassero molto di più e che la morte non esista. Vorrei avere il tempo per fare tutto quello che voglio e fare tutto quello che voglio. Anzi, lo farò! Non c’è nulla che mi vieti di fare tutto e ogni volta che incontrerò un ostacolo lo prenderò a pugni.

Per finire, in questi ultimi giorni mi sono ricordato della canzone Let’s see how far we’ve come. Questa canzone mi ha spesso sollevato il morale e dato coraggio (non si direbbe dalla canzone, ma sono un po’ strano per certi versi).