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Archivio per la categoria ‘Animazione’

Avvicinare chi conosciamo ai fumetti

+000031312009bSun, 26 Jul 2009 14:41:33 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Chiunque sia appassionato di fumetti è circondato da gente ostile. In primo luogo ci stanno i parenti che non capiscono la tua passione e preferirebbero passassi le ore a leggere mattoni di cui non t’importa nulla e poi, in una mega insieme, ci sono tutti gli altri; persone che magari incontri solo una volta in tutta la tua vita ma che se per disgrazia scoprono la tua passione inclinano lievemente la testa e ti chiedono “Leggi i fumetti?” con un fastidiosissimo sorriso di superiotà misto a pietà, con il pensiero che va a Topolino, Dragonball e ai Teletubbies. Questo perché in Italia si sputa sull’arte e i fumetti e i cartoni sono visti come qualcosa adatto solo ai bambini per tenerli buoni. Se poi il soggetto del disprezzo viene dal Giappone (o comunque da qualunque paese non occidentale) il sorriso di superiorità si miscela a un nauseabondo sentimento di superiorità razziale culturale che purtroppo c’è pure a scuola.

Ricorderò sempre il giorno in cui la mia prof delle superiori di inglese (che mi a sempre odiato venendo ricambiata) mi chiese “Ma non sono violenti?” con il sottotitolo “Grandissimo cretino, leggi quelle porcate?”.

In tanti anni ho fatto pochi proseliti. Questo è dovuto al fatto che sono asociale, ma tutte le volte che c’ho provato sono riuscito nel mio intento. Chiunque sia appassionato di fumetti e cartoni (o comunque di qualunque forma d’arte sottovalutata) dovrebbe provare a convincere gli altri non di avere ragione, ma che anche loro c’è l’hanno. Infatti, il metodo migliore per avvalorare le proprie tesi e cercare di confutarle usando gli stessi argomenti di chi ci attacca.

Chi disprezza cartoni e fumetti usa sempre tre argomenti (mancanza di cultura e anche di originalità, oserei dire): sono roba per bambini; sono violenti; sono disegnati male.

Ora, io mi riferisco ad anime e manga, ma con alcune modifiche il discorso lo si può applicare ad ogni fumetto. Inoltre tutte le critiche vengono rivolte ai cartoni quindi bisogna difendere loro e poi parlare di fumetti

Prima di tutto però bisogna chiarire una cosa: colui che ci sta di fronte è disposto a cambiare idea, o almeno fare un tentativo? Se la risposta è sì siamo a cavallo, ma se è no non c’è molto da fare.

Quando ci dicono che i cartoni sono roba per bambini gli si dà ragione. In Italia arrivano al 90% solo cartoni per bambini perché sono loro a mettersi davanti alla tv a vederli. Si spiega poi che i cartoni sono in realtà rivolti non solo ai bambini, ma anche agli adolescenti e agli adulti; solo che questi cartoni vengono trasmessi da MTV e le reti a pagamento

La seconda critica è che sono violenti e di conseguenza non insegnano nulla. Anche qui gli si dà ragione perché Kenshiro, L’uomo tigre, One Piece, DragonBall, Naruto ecc. sono pieni di azione e a un bambino non andrebbero fatti vedere (anche se Kenshiro lo guardavo anche da piccolo). Si deve però spiegare che questi cartoni violenti in Giappone sono destinati a un pubblico di adolescenti, che già conoscono la violenza, sanno distinguere la finzione dalla realtà e il giusto dallo sbagliato (si spera). Questi cartoni violenti su Italia 1 erroneamente vengono intesi come adatti ai bambini e quindi sono soggetti a censure e critiche. Si spiega poi che la violenza non è in tutti i cartoni e si fanno gli esempi: Heidi, Remì, Anna dai capelli Rossi non sono violenti, bensì educativi e sono tratti da romanzi occidentali; Conosciamoci un po’ e gli altri dello stesso tipo sono i cartoni più istruttivi che ci siano perché spaziano dalla scienza alla storia toccando diversi campi; ci sono cartoni sullo sport, sulla storia, sulle arti, sulla cucina, sulla politica, sul sesso (questo forse è meglio non dirlo) ecc. Si spiega che i cartoni e fumetti sono così tanti che tutti possono goderne con la certezza di trovare qualcosa di proprio gusto.

Il terzo argomento è che sono disegnati male. In questo caso si chiedono dei cartoni di riferimento. In base alla risposta si può spiegare che nel periodo in cui sono stati realizzati si usana certe tecniche e stili, o che comunque ci sono tantissimi disegnatori e che ognuno a uno stile diverso o infine (se si prendono in esame caratteristiche come le figure stilizzate o gli occhioni) si tenta un discorso più complesso parlando dell’influenza di Tezuka (che a sua volta si ispirò a Disney), specificando che si sono autori che per stile sono molto realistici: tutto dipende dai cartoni di cui si parla. Il nome di Tezuka viene sempre fuori indirettamente. Posto che chi critica i cartoni non lo conosce, molto spesso vengono criticati cartoni tratti da fumetti di autori che sono stati influenzati da lui. Questa mia argomentazione è la più debole perché l’ho riscontrata solo su internet e nella vita reale non mi sono mai trovato a difendere uno stile di disegno.

Chiariti questi punti si fanno intanto i complimenti a chi ci è stato ad ascoltare perché ha dimostrato apertura mentale e maturità, e poi gli si chiede se vuole provare a vedere un cartone o a leggere un fumetto che possa piacergli. Se risponde affermativamente arriva la parte cruciale perché se si sbaglia a scegliere si compie un grave danno. Occorre tenere presente la fascia d’ètà, i gusti e i dubbi rimasti, ma per fortuna su internet è facile trovare consigli.

E’ inutile che chi è appassionato di cartoni e fumetti (ma questo vale per tutte le passioni) rimanga chiuso in se stesso e che mostri la sua passione solo con chi la condivide già. Si deve tentare di allargare l’orrizzonte della gente. Se gli altri sono ben disposti non ci si deve tirare indietro, mentre se non gliene importa nulla di provare qualcosa di nuovo si deve comunque tentare di chiarire i propri punti di vista. La colpa, però, ce l’hanno pure le case editrici nostrane che non fanno nulla per allargare il mercato limitandosi a fare pubblicità alle convention e sui siti.

Ayakashi-Japanese Classic Horror e racconto

+000031312008bMon, 18 Aug 2008 22:19:27 +0000UTC 18, 2007 claudio88 9 commenti

Ayakashi-Japanese Classic Horror è una serie di 11 episodi divisa in tre archi narrativi che ci propone ben tre storie. Questa serie in italiano si trova subbata dai ptpfansub (http://www.ptpfansub.tk/) che hanno finito il primo arco, ma degli altri due non si ha notizia. Per chi volesse vedersela tutta e non ha problemi con l’inglese la serie è disponibile a questo link Ayakashi

Di queste storie ho visto la terza, che oserei definire una perla.

Mi chiedo quanti siamo in Italia ad averla vista, ed è un peccato che la conoscano in pochi perché merita veramente. Da questa storia inoltre è nata una serie di 12 episodi attualmente subbata in italiano (mi chiedo se quello che se ne occupa ha visto anche quest’anime).

L’arco di cui parlo si chiama Bakeneko e consta di 3 episodi (gli ultimi).

Il protagonista è un farmacista girovago che un giorno capita in una lussuosa casa dove si compie un omicidio. Egli scoprirà che il colpevole è un demone (in questa serie mononoke, ma non ho ancora capito il perché di questo termine) e cercherà di eliminarlo.

Parliamoci chiaramente: detta così questa trama è una schifezza ed è uguale a tante altre. Il fatto è che è proprio questo il bello della serie. Il tema dei demoni e degli esorcisti è caratteristico del Giappone  e lamentarsi della presenza di questo negli anime è come lamentarsi del fatto che nelle case italiane non manca mai il pane. Fa parte del codice genetico giapponese, e io lo adoro.

Il farmacista in realtà nasconde più di un segreto e il suo aspetto lascia pensare che non sia un semplice essere umano. Egli è in grado di far comparire dal nulla degli ofuda (per questi e il bakeneko c’è wikipedia) e possiede la “spada dell’esorcismo” che però può sfoderare solo a fine episodio.

Mi sto perdendo però. Meglio analizzare punto per punto.

Sigla: la sigla è uguale nella musica in tutti e tre gli archi, fondendosi volta per volte con le immagini. Lascia a desiderare all’inizio perché inizia con uno strumento antico giapponese (credo) per poi passare al moderno. Scelta che può piacere e non piacere.

Disegni e regia: i disegni e la regia sono fantastici. All’inizio lasciano sconcertati perché sono particolari, si discostano da tutti gli altri anime a cui siamo abituati, ma ci si abitua subito e li si ama. Il voto su di essi non è il massimo perché queste caratteristiche saranno sfruttate appieno solo nella serie di 12 episodi.

Personaggi: a parte la serva Kayo (la più moderna nella caratterizzazione) tutti gli altri risultano degli idioti, salvo poi essere caratterizzati alla fine. Non posso dire nulla per non raccontare tutto il finale.

Il farmacista: questo tizio è un mito. Simpatico, coraggioso, forte, con carattere, impassibile e chi più ne ha più ne metta è uno dei protagonisti migliori che abbia mai visto con un carisma fuori dal comune e un coraggio non innato, ma dovuto alle sue conoscenze riguardo i mononoke.

Mononoke: i mononoke non sono dei semplici demoni, ma la sintesi di tre elementi. Si può dire che è soprattutto questo fatto a elevare la serie al di sopra di tutti gli anime in cui basta un combattimento a far finire la storia. Il farmacista per combatterli può usare solo gli ofuda, che gli servono per il kekkai, e la sua spada. Questa può essere sfoderata solo se si conoscono la forma del mononoke (la parte più facile), la verità e il rancore. I mononoke quindi non sono demoni e basta ma frutto di un evento che li ha generati (la verità) e del rancore che li spinge. Una volta scoperti questi elementi il farmacista può combattere sul serio e la spada è mille volte meglio di quella di Gatsu (Berserk).

E’ questo il bello degli episodi. Oltre all’originalità dello stile, gli autori hanno trovato il modo d’indagare l’animo umano, affascinare col mondo del folklore giapponese e impegnare il protagonista in un combattimento solo con la scusa del dover scoprire la forma, la verità e il rimpianto. Se non fosse per questi tre elementi tutto il resto (a parte lo stile) cadrebbe inesorabilmente nel già visto e basterebbero dieci minuti a far finire il tutto.

Una perla che chiunque dovrebbe vedere, senza dubbio.

Dell’altra serie ne tratterò con calma episodio per episodio perché è molto complessa (e poi sono fermo all’episodio2)

Natsume Yuujinchou

+000031312008bWed, 13 Aug 2008 10:58:05 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

 

Se dovessi scegliere quali sono le tre cose che amo di più del Giappone direi che sono i manga, gli anime e il folklore; così averli tutti assieme è, per me, un invito a nozze.

Oggi ho scoperto che i Karanaze (http://www.karanaze.netsons.org/) e gli UMS (http://www.hiumi.it/home.php) hanno fatto una nuova collaborazione subbando l’anime Natsume Yuujinchou.

Questi, a sua volta, è tratto dal manga di Midorikawa Yuki che è possibile seguire qui (http://www.onemanga.com/Natsume_Yuujinchou/) o scaricare dal sito Storm in Heaven. Il manga è arrivato a sei volumi, mentre l’anime al momento dovrebbe essere 13 episodi (anche se in molti siti un numero preciso non l’ho trovato).

La storia vede protagonista Natsume Takashi che, come si è già visto in molti altri manga, ha la capacità di vedere gli youkai, i demoni giapponesi, sin da bambino. Si è da poco trasferito da alcuni parenti che inizia a venir perseguitato da alcuni youkai che continuano a chiamarlo “Reiko”, che in verità è il nome di sua nonna. Per errore Nataume libera Madara, un demone a lungo imprigionato che assume le sembianze di un gatto identico a un maneki-neko (in questa forma è visibile a tutti) che gli parla dello Yuujinchou (libro degli amici) appartenuto a Reiko e che contiene i nomi degli youkai sconfitti da lei (non è come sembra) e che hanno scritto il loro nome giurando fedeltà. Natsume decide allora di ridare il loro nome ai demoni (che sono rimasti a Reiko e che per diversi motivi, più o meno buoni, vogliono indietro il proprio nome).

Ammetto che all’inizio non ci speravo molto in questa serie, sebbene l’istinto mi dicesse “Vai avanti! Vai avanti!”. Per fortuna l’ho seguito e ora l’amo (anche se siamo solo a pochi episodi) questa serie. La storia non è che sia molto originale visto che s’inscrive nello stesso genere di altre serie quali Mushishi, Mokke e Hyakkiyakou Shou (voglio farne un post al più presto) ma colpisce per la semplicità dei disegni, l’atmosfera dello slice of life che si mescola perfettamente agli elementi sovrannaturali, il passato di Natume e Reiko che viene svelato passo a passo e i personaggi ben caratterizzati fin dai primi episodi (primo fra tutti Nyanko sensei – il nome di Madara sotto le sembianze di gatto). Finora ho visto quattro episodi e letto un solo capitolo e mi sembra che la serie proponga quasi del tutto fedelmente il manga, che però pecca nel disegno che trovo un po’ impreciso e a volte troppo affrettato e sommario.

Questa è una serie che piacerà di sicuro agli amanti dei gatti, a chi piacciono gli anime e a chi cerca una serie lenta, senza combattimenti e depressione a ogni angolo, che faccia sognare e che catturi con atmosfere sognanti e allo stesso tempo quotidiane. Nel caso il primo episodio non dovesse convincere consiglio di vedere anche il secondo, molto più profondo, che mi ha convinto del tutto sulla bontà dell’opera.

Un medico di campagna (corto sull’opera di Franz Kafka)

+000031312008bMon, 04 Aug 2008 21:39:41 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Proprio ieri ho scoperto che il fansubber Kiavik ha subbato un corto d’animazione giapponese ispirato al racconto di Franz Kafka “Un medico di campagna” (in distribuzione su questo sito http://www.omoshiroi.netsons.org/ dove si trovano dati, trama dell’opera e informazioni sul regista)
Visto che possiedo una raccolta di racconti di Kafka in cui c’è il suddetto racconto, ho deciso di leggere prima l’originale e poi vedere il corto. Ho letto anche altri racconti brevi e posso dire una cosa su Kafka: mi piace, m’interessa, ma non lo capisco.
Da quel poco che ho appreso, Kafka è uno che ci mette molto di suo nelle sue opere (cosa che apprezzo moltissimo) ma ce ne mette così tanto che se non lo conosci bene non capisci molto di quello che scrive.
Per fare un esempio, il racconto “La Condanna” l’ho seguito solo fino a un certo punto. So che l’autore ha avuto un rapporto conflittuale col padre, ma ciò non è bastato per farmi apprezzare appieno l’opera: per capirci, mi sono perso non appena il padre del testo si riprende dal torpore e inveisce contro il figlio.
Per quanto riguarda “Un medico di campagna” ho dovuto leggere alcuni passi più volte per accertarmi di aver letto correttamente. Non so che temi debbano esserci, ma per apprezzarlo mi sono dovuto convincere che senso non ce n’è e che vuole solo essere un racconto surreale e cupo.
Questa impressione è confermata dal corto d’animazione (dura appena 20 minuti) che traspone in immagini l’intero racconto più che fedelmente.
Pensate che nei momenti statici compaiono addirittura due omini che hanno la funzione di voce narrante, come se voi steste leggendo e contemporaneamente la storia venisse rappresentata dagli attori.
E’ inutile discutere sulla trama in sè che come già detto è uguale in tutto e per tutto a quella del racconto, mentre ci si deve concentrare sull’aspetto visivo che rende tale corto superiore all’opera letteraria.
L’autore, infatti, ha deciso di prendere sia gli elementi surreali che non ed esasperarli realizzando qualcosa che dall’inizio alla fine avvolge in un manto di surrealismo grottesco, bizzarro e quant’altro venga fuori dalle vostre percezioni.
Lasciando stare il paesaggio, che pure è realizzato in modo surreale – con dossi di neve disegnati come parti del corpo – i personaggi si deformano, le loro emozioni sono amplificate dal mancato rispetto delle proporzioni che fa sì che una faccia sorridente occupi in un attimo quasi tutto lo schermo per poi tornare a dimensioni normali; quando i personaggi si muovono, inoltre, sono deformati nelle loro pose, compiono passi di diversi metri allungando le gambe e quando pensano la loro testa cresce a dismisura.
Particolarmente sconcenrtanti sono alcune scene come quella in cui Rosa cerca aiuto dai compaesani o alla fine col dottore che cavalca sotto la neve.
Detta così sembra un porcheria, ma il fatto è che è quasi impossibile descrivere a parole l’impatto visivo che questo corto ha; l’amerete o l’odierete.
Pregievoli sono pure le musiche di sottofondo che contribuiscono a rinvigorire un’atmosfera già surreale di suo e incredibile il parlato e il giapponese si conferma per me come la lingua migliore per esprimere certe emozioni.
I ringraziamenti vanno a Kiavik che ha fatto il timing (niente traduzione visto che si avvalso della traduzione del racconto da parte della Mondadori) su cui non ho nulla da ridire. Spiace per il font che è quello classico, mentre per quest’opera sarebbe stato preferibile uno tipo Vivaldi, ma c’è da dire che per font simili la dimensione deve essere piuttosto grande per poter leggere senza fatica.
Per finire direi che questo corto piacerà quasi senza dubbio ai fan di Kafka, mentre altri potranno apprezzarne le caratteristiche visive e magari scoprire un nuovo autore.