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Imparare a scrivere (Cosa scrivere parte 1 e definizione dei generi tramite l’uso di varibili)

+000031312008bFri, 08 Aug 2008 19:42:43 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

(Prima di iniziare, ringrazio chiunque sarà così masochista da leggere tutto quanto)

Con la domanda “Cosa stai scrivendo?” si può rispondere in tre modi diversi ma strettamente legati:

1. Sto scrivendo un opera fantasy; thiller; fantascientifica; horror ecc.

2. Sto scrivendo un racconto; un libro; una saga

3. Sto scrivendo la storia di un uomo che incontra una donna…

Gli altri due punti li tratterò in seguito, ma in questo post voglio dedicarmi al primo aspetto: il genere.

A tal proposito ho trovato molto interessante l’articolo di Okamis sul suo blog ( http://invisibili-confini.blogspot.com/ ) in cui disquisisce sull’importanza dei generi letterari.

La classificazione dei generi, lasciando stare gli interessi dei critici, serve essenzialmente al lettore per capire che libro si trova davanti e allo scrittore che cosa sta scrivendo.

Tale classificazione non è per nulla certa sia perché la letteratura si evolve, sia perché esiste la cosidetta contaminazione dei generi per la quale elementi del fantasy e della fantascienza possono anche convivere, per esempio.

Per quanto mi riguarda, allo scrittore la classificazione dei generi serve per capire a quale casa editrice mandare lo scritto, mentre per il resto è del tutto inutile, visto che dovrebbe essere l’ultimo dei suoi pensieri.

Faccio un esempio: Ho scritto un libro con protagonista un vampiro e mi chiedo se è horror. Istintivamente uno direbbe sì, ma c’ho messo anche una storia d’amore d’un certo peso, una sottotrama che non stonerebbe in un thriller e tanti trip mentali esistenzialisti. La presenza del vampiro basta a catalogare l’opera come horror? Anche se fa paura ci sono tante altre cose.

Per risolvere il problema si può passare  (tale schematizzazione la si trova quasi sempre per i fumetti) a schedare il testo non in base al genere cui appartiene ma agli elementi che lo compongono. Nel caso di prima avremo quindi un libro horror, romantico, esistenzialista e di cospirazione.

Personalmente preferisco descrivere un libro in questo mondo che non con le etichette generiche.

Quasi mi scordo di dire che oltre al genere (tipo il fantasy) esistono anche i sottogeneri che servono a individuare le differenze esistenti tra due libri di uno stesso genere facendoli risalire a un insieme di regole e caratteristiche che ci consentano di definirle come urban fantasy, gothic fantasy, pappardelle al sugo fantasy, ma che diamine ho scritto fantasy ecc.

Faccio un esempio per vedere, da lettore, che tipo di classificazione mi è più utile:

Ho due passioni: il fantasy e la fantascienza. Vado in libreria e trovo un libro per ciascun genere allo stesso prezzo. Posso comprarne solo uno e devo massimizzare la mia utilità, ma quale scegliere se entrambi i generi mi piacciono? E così levo di mezzo l’utilità dei generi (questo vale anche se i prezzi dei libri sono diversi se non vogliamo dare molto peso al prezzo) perché è improbabile che a uno piaccia un solo tipo di libro. Leggo la trama sulla copertina (di per sé inutile, ma è sempre meglio di niente) e arrivo a determinare i sottogeneri a cui appartengono i due libri. I sottogeneri non sono del tutto inutili perché è enorme la differenza tra un fantasy alla Tolkien e uno alla Harry Potter per cui grazie ai sottogeneri sono in grado di scegliere (generi 0, sottogeneri 7). A questo punto uno può sentirsi soddisfatto e scegliere il sottogenere che più gli piace, ma ci tengo a puntualizzare che il genere/sottogenere di appartenza non dice nulla sulla qualità del libro (la preferenza di un genere al posto di un altro è stupida se si basa sull’idea che un genere è migliore). Infatti io posso aver scelto il libro fantasy perché è un urban fantasy e ne vado matto, ma potrei anche rimaner fregato perché la qualità è scarsa. Arriva così in aiuto l’elenco delle caratteristiche (generi 0, sottogeneri 7, caratteristiche 10) che mi dice in modo più approfondito cosa troverò nei due libri.

Questo lungo esempio per vedere l’efficacia delle classificazioni (ovviamente parlo per me) dal punto di vista del lettore. E lo scrittore che fa?

Da scrittore a tempo perso, e da italiano doc, dei generi me frego tranquillamente e vado avanti per la mia strada.

Lo dico chiaro è tondo: per scrivere un buon libro ci vuole cervello. Se sapete sfruttare il cervello siete sulla buona strada e non vi servono i paletti ideati da illustri letterati perché sarete voi a piegare le regole in base alla vostre necessità.

Ecco una definizione che aiuta a regolarsi sull’ideazione della storia di ogni libro.

“Storia ambientata nel nostro mondo, o in un altro pianeta generico che si basa sulle stesse basi, a cui è aggiunto un numero indefinito di variabili che si devono armonizzare con l’intero sistema”

Analizziamo tale definizione. E’ indubbio che ogni libro debba avere una storia, ma dove l’ambientarla? Riferendoci ai generi (visto che ci siamo più avvezzi) per il mainstream la storia sarà ambientata nel nostro mondo, mentre per il fantasy potrà anche essere un altro mondo, magari un universo parallelo. Ma la nostra realtà è studiata dalla scienza e in base a ciò possiamo dire se qualcosa è o no reale. Se decidessimo di ambientare la storia su altro pianeta dovremmo fare un lungo processo di ideazione delle caratteristiche che tale pianeta deve avere basandoci sull’unico esempio che conosciamo (la Terra) e la scienza: sul pianeta generico 214 la scienza è sempre la stessa; c’è la gravità, la vita necessita di acqua, ci vuole la luce del sole, la materia è composta da molecole e atomi e tutto quello che trovate nei libri scientifici.

Non importa il mondo in cui ambientate la storia purché abbia solide basi che lo rendano credibile.

La seconda parte della definizione parla di variabili. Le variabili di cui parlo sono le caratteristiche che scegliamo. Possiamo ambientare la storia sulla Terra e al contempo aggiungere un elemento, una variabile, quale la magia, la possibilità d’accesso a universi parallaleli, una traslazione sulla linea spazio-tempo, un nuovo stato della materia ecc.

Queste variabili non si riconduno necessariamente a un dato genere anche se la presenza della magia ci fa immediatamente pensare al fantasy. L’importante è che siamo noi a sceglierle, aggiungendo un elemento alla realtà che conosciamo (magia), modificandolo (sempre la magia oppure un nuovo stato della materia) oppure eliminandolo (assenza della forza di gravità). Io scrittore scelgo quali variabili adottare in base al tipo di storia che voglio creare, alle mie preferenze e al pubblico (un libro per bambini esclude di per sé certe variabili come i mostri antropofagi).

L’ultima parte parla di armonia dell’intero sistema. Nel mio testo di diritto c’è scritto che il sistema del diritto deve avere un principio unificatore (in scrittura siamo noi), deve essere completo (dobbiamo sapere tutto del sistema per scrivere qualcosa e non sono ammessi buchi) e deve essere coerente (non sono accettabili contraddizioni tra gli elementi del sistema).

Posso introdurre la magia, ma mi devo chiedere che conseguenza ha tale scelta sull’intero sistema per evitare incongruenze. Questo però è argomento de “Il realismo del fantasy” che tratterò in seguito.

In conclusione: fregatevene dei generi e dei paletti fissati dagli altri. Usate il cervello, studiate la realtà e modificatela a vostro piacimento ricordandosi sempre di essere coerenti e logici. Potrete non cambiare nulla e scrivere narrativa comune oppure modificare pesantemente il tutto ed entrare nel conturbante mondo dei generi quali fantascienza, fantaasy, horror e chi più ne ha più ne metta.

Imparare a scrivere 2 (dove e quando)

+000031312008bThu, 31 Jan 2008 00:30:00 +0000UTC 18, 2007 claudio88 2 commenti
Rinviando la trattazione del processo creativo, quella riguardante il momento antecedente -la preparazione alla scrittura- è per certi versi più importante.
I tre momenti che la compongono -il dove, il quando e il cosa- si susseguono per necessità in un ordine crescente d’importanza che culmina in un interrogativo che, sebbene possa apparire superficiale, addirittura scontato, è il punto più importante di ogni processo creativo, la molla che fa scaturire l’arte, il tracannamento di coca-cola che mi consente di dare inizio alla giornata: “Che chispio scrivo ora?”
Partendo nel giusto ordine, e analizzando le prime due tappe, si capisce che esse sono meri fondamentali che servono solo a risparmiare tempo, seppure siano fasi importantissime.
DOVE SCRIVO?
Teoricamente si può scrivere ovunque e questa risposta vale sia che ci si chieda quale è il mezzo che vogliamo usare, sia che ci si chieda in che luogo occorre scrivere.
Il mezzo, in sè, non è importante. Che ci si appresti a prendere a punti o a sputare sangue sulla nostra opera, non ci sono particolari delimitazione, salvo la praticità.
Gli appunti vanno scritti come vengono, sul momento, perché scaturiscono da un processo spontaneo che deve essere lasciato libero il più possibile. Solo in un secondo momento ci si propone una loro scrittura sistematica che serva a organizzare razionalmente le idee e a farne venire di nuove. Per praticità si possono scrivere sul caro vecchio bloc notes o direttamente al computer che, grazie ai suoi programmi, permettere di scrivere in modo ordinato e di facilitare la consultazione degli appunti con un po’ d’ingegno (io me ne frego e tengo molte cose a mente).
Se invece ci si appresta alla scrittura del testo, il computer si rivela un amico essenziale e quasi obbligatorio.
Per la diffusione delle proprie opere è sconsigliato il manoscritto per evitare inconvenienti di comprensione. La macchina da scrivere è un buon mezzo, oltre che affascinante, ma nel caso si debbano fare correzioni si finisce per rovinare esteticamente il tutto.
Il computer, invece, è veloce, agevole, pratico, e perfetto per scrivere (e su questo non ci sono altre considerazioni).
Naturalmente, si può scrivere quello che si vuole dove si vuole e poi ricopiarlo a computer per poi farlo leggere a qualcuno.
Quando mi metto a scrivere?
La risposta immediata, giusta e scontata è: quando te la senti.
Sì, perché non è che ci si può mettere al computer e sfornare pagine e pagine come se niente fosse. Bisogna essere nello spirito giusto.
Tutte le pappardelle psicologiche sui motivi per cui si ricorre al chirurgo estetico o si indossano certi capi d’abbigliamento, hanno un fondo di verità che si condensa nel mio pensiero per il semplice fatto che lo dico io. Personalmente, ci sputo sui libri fatti a tavolino, freddi, tutti programmati e scritti per fare soldi. Sono un tipo romantico e che crede fermemente che l’arte è emozione, e che le emozioni non possono essere espresse a piacimento.
Per fare un esempio, se io volessi scrivere una storia d’amore (qui incorre la questione del “scrivere ciò che si sa”) dovrei essere innamorato, o in condizione tale da rievocare tutta la gamma di sentimenti provati.
Stessa cosa per i libri comici e tutti gli altri generi che fanno riferimento a un’emozione, ma anche più in generale.
Faccio un caso estremo: se nel giorno X ho in testa solo cose fantasy, non potrò mai mettermi a scrivere qualcosa di fantascienza.
Non importa che si scriva di giorno o di notte, ma che si sia nel sentimento giusto per scrivere.
Continua con la trattazione del “cosa scrivere”

Imparare a scrivere 1 (Introduzione e perché scrivere)

+000031312008bTue, 22 Jan 2008 01:11:14 +0000UTC 18, 2007 claudio88 6 commenti
E’ ormai da qualche mese che m’interesso di scrittura. Non la scrittura scolastica o quella semplice, tipo fanfiction, atta solo all’esprimere idee, ma quella più professionale, completa, sistematica ed elaborata. Sono molti i siti che si occupano di scrittura, ancora di più -forse- i libri e i corsi di scrittura creativa, e negli ultimi hanni si sono diffusi blog e siti di appassionati che ne parlano o si limito a fare recensioni, più o meno argomentate, che denottano una certa conoscenza dei processi creativi e delle tecniche di scrittura.
Visto che punto a scrivere qualcosa di decente (sperando di essere sulla buona strada) devo per forza anche io interrogarmi su processi e metodi di scrittura. Scirvere queste nozioni su blog è un buono stimolo a esprimere quello che ho imparato a me stesso e a verificare se io medesimo attuo i consigli da me formulati.
Questi consigli non sono di un professionista, ma di un esordient piccino che tenta di migliorarsi.
Nel caso qualcuno sia ancora così ingenuo da pensare che non ci sia bisogno di manuali, di consigli (che poi alla fine sono da trattare come la stessa cosa) o di quant’altro possa contaminare la purezza della propria arte, bisogna innanzitutto far capire loro che si sbagliano; e di grosso.
La teoria dell’approccio sistematico alla buona scrittura si caratterizza per i seguenti punti:
1. Sapere come scrivere un buon libro non vuol dire sapere scrivere un buon libro.
2. Si può sapere come scrivere un buon libro senza sapere scrivere un buon libro.
3. Non si può scrivere un buon libro senza sapere come scrivere un buon libro (che è quello che pensano in molti).
Il terzo punto, si badi bene, non vuol dire che si devono prendere i concetti di arte romantica (in cui io mi riconosco in parte), la purezza dell’animo, la creatività e buttarli nel cestino. Se uno riesce a scrivere un buon libro senza aver letto manuali o aver ricevuto consigli, vuol dire che dalla sua esperienza e dalla lettura ha ottuneto già gli strumenti che gli servono.
Ciò che è basilare fin dall’inizio, che determina cosa si vuole scrivere e come, è chiedersi il perché si voglia scrivere.
Al momento, dalla mia esperienza, ho rilevato i seguenti tipi di scrittore (non di saggi o articoli di giornale).
L’ingenuo: egli è colui che dopo aver letto un libro che gli è piaciuto molto, oppure, seguendo la moda del momento o la scia di un autore famose, decide di scrivere un libro, magari di progettare una saga, sognando successo ed elogi. La verità è che presto si accorgerà di essere un illuso e che la strada della scrittura non va attraversata su una ferrari ma su un gippone super attrezzato per ogni evenienza.
L’appassionato: egli è colui che vuole soltanto scrivere; niente di più. Ha delle idee e le scrive, anche se non sa bene quello che fa. Segue solo la sua passione, e a si dedica anche a fanfiction che gli consentono di coniugare passione per la scrittura con l’amore per una saga. L’appassionato può benissimo snobbare ogni manuale o consiglio di scrittura, poiché scrivere bene non gli importa; vuole soltanto esprimere se stesso e magari piacere agli altri. Ciò, però, non vuol dire che non può cercare di imparare a esprimere al meglio la sua passione.
Scrittore: egli è colui che sa quello che vuole e ciò a cui punta è raggiungere un livello di bravura tale da potersi levare di dosso i panni dello scribbacchino per indossare la calzamaglia dello scrittore -tanto scomoda quanto oscena. La pubblicazione, anche se nella maggior parte così non è, dovrebbe essere l’ultimo dei suoi pensieri per puntare solo al miglioramento della propria tecnica.
Ultimamente sembra che gli scrittori cerchino prima una casa editrice e poi si mettano di fronte al computer a scrivere qualcosa. Questa pratica è sbagliata poiché, nonostante sia vero che vendono soprattutto i romanzi commerciali, scrivere a convenienza, nonstante la calzamaglia di scrittore, rigetta chiunque nel baratro dello scribacchino commerciale che sarà, alla fine, solo uno dei tanti.
Ma allora, cosa deve essere lo scrittore? Lo scrittore deve essere se stesso. Deve essere una mosca bianca che si caratterizzi per qualità proprie, tali da far dire a chiunque leggere una sua opera che essa è sua; non è thriller, non è fantasy, non è giallo, non è rosa, non è neppure arancione: è solo opera sua, qualunque genere sia.
Facessero tutti così avremmo molti meno libri e molta più qualità.
Questo è tutto sulla suddivisione degli scrittori. Gli ultimi elementi presenti appartengono ad altre categorie del discorso generale. 
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