Dopo qualche mese ho finalmente finito il primo libro di Steven Erikson. Ho impiegato più tempo del previsto anche perché con l’esame di mezzo ho preferito accantonare la lettura, ma ho perso tempo sia perché mi sono messo ha scrivere all’inizio tutte le parole che non conoscevo e sia perché per qualche motivo, anche se mi impegno, sono molto più lento a leggere in inglese (anche quando conosco le parole). Ho sbagliato a voler scrivere le parole su un file word perché mi rallentava la lettura e mi costringeva ad assumere posizioni strane e scomode per poter leggere e scrivere al contempo.
Ho dunque deciso di lasciar stare e di godermi la lettura. Alcune cose le poi capite dal contesto mentre altre no, ma ciò è dovuto al fatto che imparare una lingua senza vocabolario è un processo lento, ma anche piacevole e meno stressante.
Ho imparato che posso leggere un libro e godermelo anche se non conosco le parole. Rispetto a quando ho iniziato, direi che è un ottimo risultato.
Ora voglio passare al libro, fermo restando che chiunque non l’abbia letto può anche risparmiare il suo tempo, perché, anche se cercherò di non fare grossi spoiler, non garantisco nulla .
Ogni volta che si giudica un libro di una saga (quindi una trama che si dipana per più libri) è necessario fare due considerazioni: la prima riguardo al libro in sé e la seconda riguardo a tutta la saga.
Leggendo questo libro ho notato che in primo luogo i difetti sono anche pregi e che Erikson si è trovato di fronte a un grande problema: “Come li convinco i lettori a sborsare soldi per tutta la serie, visto che dovranno leggere un bel po’ e ci sono pure i libri di Esslemont (da dove sia sbucato costui non lo so)?”
Diciamo che questo libro ha una trama chiusa, può essere letto tranquillamente e se non piace si può chiudere con Erikson. C’è un disegno enorme alle spalle dovuto anche al numero di libri ( e meno male) ma c’è anche una trama che funziona da introduzione alla saga.
Introduce molti personaggi, dà al lettore molte nozioni (cultura, geografia, popoli, magia, trama ecc.) e dà al libro un senso.
Alla fine della lettura ci si sente soddisfatti perché si può posare il libro in santa pace e dedicarsi ad altro, ma ci si sente anche coinvolti e si ha voglia di leggere il seguito per vedere come proseguirà la storia. Questo è un obbiettivo difficile da raggiunge ma E. ce l’ha fatta.
Il problema sono le prime 158 pagine che corrispondono al primo libro (7 libri per 24 capitoli + l’epilogo).
Il primo libro serve da introduzione al resto, quindi è come se fosse l’introduzione all’introduzione alla saga. Questo già basta per sentirsi scoraggiati, ma la fatica paga perché il meglio viene dopo.
Questa prima parte è stata un po’ fallimento perché è risultata noiosa e più complessa del dovuto. Erikson avrebbe potuto snellirla, chiarire qualche punto oscuro e tutto sarebbe andato liscio.
Il difetto/pregio di Erikson è che non dice quasi nulla. Lui ha ideato una trama complessa e a messo in gioco i personaggi. I protagonisti del libro non parlano, non si lasciano a lunghe spiegazioni di quello che fanno e l’autore non perde molto tempo a raccontare quello che passa loro per la testa.
“E meno male!”, mi viene da dire. Francamente parlando, ogni volta che un autore si mette a raccontare i pensieri dei protagonisti e il loro passato mi viene voglia di buttare il libro (l’unico che può farlo è Frank Schatzing). A volte ci casca pure lui ed infatti quelle sono le parti più noiose.
I protagonisti parlano tra loro normalmente, senza dire più di quello che direbbe chiunque nella stessa situazione, e agiscono. La caratterizzazione non viene data dallo scrittore, ma dal personaggio stesso che parla e agisce. E’ così che deve essere! Non capisco proprio le critiche alla mancata caratterizzazione dei personaggi da parte di Erikson, perché quello adottato da lui è l’unico metodo che trovo giusto.
Quello che vale per i protagonisti vale anche per la trama e il mondo. E’ il lettore che si mette a capire quello che succede, a porsi domande, a cercare di capire il mondo e i protagonisti.
Questo è il grande pregio di Erikson e del libro, ma è anche il suo difetto. E’ pregio se si guarda a tutta la serie, mentre se si guarda al libro in sé è un grave difetto.
Va bene che per capire tutto devo leggere la serie, ma se devo arrivare alla fine per capire ogni singola cosa del libro che dovrebbe essere l’introduzione la colpa non è tanto del lettore, ma dello scrittore. Come libro a sé questo raggiunge la sufficienza perché si capisce poco.
La colpa di Erikson sta anche nel fatto che nel non volersi complicare le cose con troppi personaggi, complica le cose al lettore che non capisce nulla.
Faccio un esempio con Kruppe:
Si scopre a un certo punto che è anche l’Eel, il maestro delle spie. Questo colpo di scena non è riuscito perché l’avevo capito subito. Il problema è che accentrando in un solo personaggio più funzioni, più misteri, Erikson si toglie la possibilità di dare spiegazioni. Gli altri personaggi con capiscono nulla di loro e Kruppe non spiega perché deve seguire i suoi interessi.
C’è anche il personaggio di Toc the younger che oltre a essere un soldato è pure un Claw. Da un lato non lo si capisce come soldato e dall’altro come Claw; quando poi i due aspetti si uniscono la situazione diventa tragica.
Erikson esagera spesso nel non spiegare nulla e nel dare accenni a cose che verranno spiegate dopo. Sbaglia soprattutto quando sono i personaggi stessi a chiedere spiegazioni e quelli che sanno e potrebbero dargliele non lo fanno per non si sa quale motivo. Alla fine, quando un personaggio scopre qualcosa (penso soprattutto a Paran) se la tiene per sé quasi per ripicca, tipo quando i bridgeburners si chiedono dove sia finita Sorry.
A fine libro le cose si complicano ancora di più perché c’è uno stacco temporale in cui sono sicuro i personaggi si sono dati delle spiegazioni tra loro, ma io non saprò nulla se prima non mi leggerò gli altri libri.
Il finale è brutto. Qui Erikson ha semplicemente toppato. Tutto quello che succede negli ultimi capitoli, sembra grande, vuole essere qualcosa di grandioso, emozionante e coinvolgente, ma alla fine non succede nulla ed è raccontato pure male. C’è pure uno scontro con un demone molto potente (dice Erikson, io non sono sicuro) che si risolve in cinque righe.
Tutto il libro poggia sul risveglio di un Jaghut che dovrebbe essere potentissimo e che alla fine non conclude nulla.
L’epilogo è strano, a metà tra “arrivederci alla prossima puntata” e “vissero tutti felici e con qualche cicatrice in più”.
Erikson descrive i paesaggi quel tanto che basta e creare un immagine nel lettore, ma a volte ciò non basta e per quanto riguarda i personaggi non si sforza nemmeno. Nessun problema per i protagonisti umani, ma quando si ha a che fare con altre razze e nemmeno un accenno all’aspetto fisico il lettore non sa cosa deve pensare. Alla fine mi sono immaginato esseri umani con vestiti strani o un diverso colore della pelle, ma ciò non è abbastanza per parlare di un’altra razza.
Altra delusione è stata la magia che sembra non avere limiti se non la razza. Per capirci, gli umani sono deboli solo perché sono umani e gli altri sono forti perché non sono umani (molto banale e deludente). Quando poi c’è un umano che sa il fatto suo ovviamente c’è l’avvertimento “per capire questo devi leggere il libro x”.
L’impressione generale che ho avuto è che Erikson non sapesse molto bene cosa fare nel dettaglio, a parte un quadro generale e che molti accenni siano rimandi a qualcosa che doveva ancora progettare.
Mi ha convinto però a proseguire nella lettura. Ora passo ad altro, ma il resto della serie lo leggerò di sicuro.
Sono sicuro che quando lo rileggerò finita tutta la seria questo libro mi piacerà di più perché saprò più cose, ma ciò non toglie il fatto che come libro a sé sia solo sufficiente. Ovviamente, parte di quello che non ho capito è anche dovuto al fatto che l’ho letto in inglese. Erikson è un autore difficile e la sua scrittura acerba non mi ha aiutato, soprattutto con tutti quei verbi e aggettivi.