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Ayakashi-Japanese Classic Horror e racconto

+000031312008bMon, 18 Aug 2008 22:19:27 +0000UTC 18, 2007 claudio88 9 commenti

Ayakashi-Japanese Classic Horror è una serie di 11 episodi divisa in tre archi narrativi che ci propone ben tre storie. Questa serie in italiano si trova subbata dai ptpfansub (http://www.ptpfansub.tk/) che hanno finito il primo arco, ma degli altri due non si ha notizia. Per chi volesse vedersela tutta e non ha problemi con l’inglese la serie è disponibile a questo link Ayakashi

Di queste storie ho visto la terza, che oserei definire una perla.

Mi chiedo quanti siamo in Italia ad averla vista, ed è un peccato che la conoscano in pochi perché merita veramente. Da questa storia inoltre è nata una serie di 12 episodi attualmente subbata in italiano (mi chiedo se quello che se ne occupa ha visto anche quest’anime).

L’arco di cui parlo si chiama Bakeneko e consta di 3 episodi (gli ultimi).

Il protagonista è un farmacista girovago che un giorno capita in una lussuosa casa dove si compie un omicidio. Egli scoprirà che il colpevole è un demone (in questa serie mononoke, ma non ho ancora capito il perché di questo termine) e cercherà di eliminarlo.

Parliamoci chiaramente: detta così questa trama è una schifezza ed è uguale a tante altre. Il fatto è che è proprio questo il bello della serie. Il tema dei demoni e degli esorcisti è caratteristico del Giappone  e lamentarsi della presenza di questo negli anime è come lamentarsi del fatto che nelle case italiane non manca mai il pane. Fa parte del codice genetico giapponese, e io lo adoro.

Il farmacista in realtà nasconde più di un segreto e il suo aspetto lascia pensare che non sia un semplice essere umano. Egli è in grado di far comparire dal nulla degli ofuda (per questi e il bakeneko c’è wikipedia) e possiede la “spada dell’esorcismo” che però può sfoderare solo a fine episodio.

Mi sto perdendo però. Meglio analizzare punto per punto.

Sigla: la sigla è uguale nella musica in tutti e tre gli archi, fondendosi volta per volte con le immagini. Lascia a desiderare all’inizio perché inizia con uno strumento antico giapponese (credo) per poi passare al moderno. Scelta che può piacere e non piacere.

Disegni e regia: i disegni e la regia sono fantastici. All’inizio lasciano sconcertati perché sono particolari, si discostano da tutti gli altri anime a cui siamo abituati, ma ci si abitua subito e li si ama. Il voto su di essi non è il massimo perché queste caratteristiche saranno sfruttate appieno solo nella serie di 12 episodi.

Personaggi: a parte la serva Kayo (la più moderna nella caratterizzazione) tutti gli altri risultano degli idioti, salvo poi essere caratterizzati alla fine. Non posso dire nulla per non raccontare tutto il finale.

Il farmacista: questo tizio è un mito. Simpatico, coraggioso, forte, con carattere, impassibile e chi più ne ha più ne metta è uno dei protagonisti migliori che abbia mai visto con un carisma fuori dal comune e un coraggio non innato, ma dovuto alle sue conoscenze riguardo i mononoke.

Mononoke: i mononoke non sono dei semplici demoni, ma la sintesi di tre elementi. Si può dire che è soprattutto questo fatto a elevare la serie al di sopra di tutti gli anime in cui basta un combattimento a far finire la storia. Il farmacista per combatterli può usare solo gli ofuda, che gli servono per il kekkai, e la sua spada. Questa può essere sfoderata solo se si conoscono la forma del mononoke (la parte più facile), la verità e il rancore. I mononoke quindi non sono demoni e basta ma frutto di un evento che li ha generati (la verità) e del rancore che li spinge. Una volta scoperti questi elementi il farmacista può combattere sul serio e la spada è mille volte meglio di quella di Gatsu (Berserk).

E’ questo il bello degli episodi. Oltre all’originalità dello stile, gli autori hanno trovato il modo d’indagare l’animo umano, affascinare col mondo del folklore giapponese e impegnare il protagonista in un combattimento solo con la scusa del dover scoprire la forma, la verità e il rimpianto. Se non fosse per questi tre elementi tutto il resto (a parte lo stile) cadrebbe inesorabilmente nel già visto e basterebbero dieci minuti a far finire il tutto.

Una perla che chiunque dovrebbe vedere, senza dubbio.

Dell’altra serie ne tratterò con calma episodio per episodio perché è molto complessa (e poi sono fermo all’episodio2)

Lo spaventapasseri che voleva vivere

+000031312007bWed, 24 Oct 2007 15:05:00 +0000UTC 18, 2007 claudio88 2 commenti

Lo spaventapasseri che voleva vivere

Questo è il secondo racconto che scrivo (giusto un raccontino-ino-ino). Oltre che a leggerlo qui sotto, si può anche scaricarlo cliccando sulla scritta accanto al gatto.

Fonti d’ispirazione sono stati i tanti manga che leggo, Il Castello Errante di Howl, Terry Brooks (lui nello stile, anche se non lo raggiungo nella sua bravura) ecc.

In questo racconto ho voluto narrare, attraverso gli occhi di un gatto, una storia carina e triste allo stesso tempo, ma spero che qualcuno riesca a vederci anche le riflessioni e gli spunti che vi sono presenti. Se non troverete tutti i significati che vi ho messo sarà colpa mia che non sono stato abbastanza capace, ma credo fermamente che in una storia ognuno veda quello che vuole. Potrete vederci più di quanto ci vedo io, o forse di meno, ma spero comunque che a qualcuno possa piacere come piace a me.

Lo spaventapasseri che voleva vivere

Mentre dormiamo, noi gatti viaggiamo molto spesso attraverso mondi che nessuno di voi si aspetterebbe mai che possano esistere. Non è un vero e proprio viaggio, perché non siamo lì col nostro corpo e non possiamo interagire con nessuno; solo andare in giro e osservare, mentre per voi stiamo dormendo.
Quando però scappiamo di casa è per fare un viaggio vero e proprio, dopo aver preso il brevetto. Pronunciamo una breve formula e si apre un varco tramite il quale ci ritroviamo in un nuovo mondo tutto da scoprire.
Mi dispiace ammetterlo, ma il primo giorno dall’inizio del mio viaggio fu la delusione più cocente che abbia mai avuto in tutta la mia lunga vita.
Nessuno viene mai a dirci in che mondo andare, o cosa fare una volta arrivati. Siamo in balia di noi stessi e l’unica cosa che sappiamo di dover fare è viaggiare.
Io però rimasi tutto il tempo fermo, immobile, aspettando che mi venisse un’illuminazione.
La situazione era alquanto frustrante: avevo un mondo da visitare di cui non sapevo nulla e che volevo esplorare, degustare come si fa con un vino raffinato; scoprire man mano che passavano i secondi, apprendendo sempre qualcosa di nuovo in più. Poteva essere il mondo più brutto che ci fosse, o il più bello; poteva essere vastissimo, quasi infinito, o essere poco più grande della tua città; poteva essere popolato dalle genti più misteriose e affascinanti che ci fossero, o da quelle più monotone e noiose che si fossero mai viste.
Avevo infinite possibilità da considerare e da sfruttare; ma ne restai tutto il giorno da solo, immobile, chiedendomi cosa fosse giusto fare.
E’ facile seguire la strada indicataci dagli altri, mentre è incredibilmente difficile incamminarsi per quella che dobbiamo creare da noi.
Mene stavo seduto sul ciglio della strada, dove ero caduto una volta aperto il varco che noi gatti usiamo per spostarci tra i vari mondi, ammirando il monotono e scialbo paesaggio che quel mondo offriva. Credo lo si possa benissimo descrivere come un’interminabile successione di appezzamenti di terreno posti l’uno accanto all’altro e delimitati da un alto muro di pietra grigia, tutta pulita e senza neppure un segno. Questi appezzamenti, da quanto mi era dato vedere, erano disposti su due fronti, divisi dalla strada e collegati da alcuni ponti di mattoni. Circa ogni otto metri c’era un piccolo portone di ferro arrugginito che mi consentiva di vedere oltre di esso. Gli appezzamenti di terreno altro non erano che giardini fioriti con al centro una bella casa a due piani col tetto a spiovente. Tutti i giardini erano identici tra di loro: stessi fiori, disposti nella medesima maniera; stessi alberi alla sinistra delle case che davano ombra a un tavolo e a due sedie. La cosa che più di tutto m’incuriosì (anche più della grottesca ripetizione, senza alcun senso, di case e giardini) era che non vi fosse nessuno in giro. Era tutto pulito e ordinato, come se si volesse dare mostra di ordine e rispettosità a chiunque venisse in quel posto, ma non c’era nessuno a godersi tale operato. Né, per strada né nei giardini c’era anima via. Avvicinandomi di più a un cancello, vidi che sui muretti ai lati delle case c’erano due porte di legno marcio, scardinate. Dovevano servire a mantenere l’intimità delle persone, consentendo allo stesso tempo ai vicini di visitarsi, ma nessuno pareva usare tale porte da molto tempo. Anche i ponti di mattoni erano rovinati e coperti di polvere.
Che non ci fosse davvero nessuno? Se era così, come mai tutto il resto era pulito come se la padrona di casa avesse appena finito di fare pulizie?
Un’altra cosa curiosa assai era che il sole non si spostava da dove si trovava. Era come se il vecchio Tempo avesse fatto una visita in quel posto e avesse deciso che non ne valesse la pena di far scorrere la sabbia della sua grande clessidra che porta sempre sulle spalle pure lì.
Dovevano essere passate ormai sette ore dal mio arrivo in quel posto, e nulla era accaduto d’interessante. Sbadigliavo senza ritegno per la noia (tanto, chi doveva vedermi?) e lo stomaco aveva iniziato a cantare una canzone che era l’inno alla pasta col pomodoro, ma non mi mossi di lì. Non è che fossi testardo; solo che pensai fosse inutile viaggiare in quel mondo se non c’era nessuno ed era tutto uguale.
Avrei certamente potuto andarmene via recitando la particolare formula di ritorno, però non ero tanto entusiasta di accettare quell’insuccesso.
Con le palpebre pesanti, che lottavano per abbassarsi del tutto, riflettei su come dovessero passarsela coloro che abitavano, o avevano abitato, in quelle case.
Brutta cosa la solitudine che si cela dietro la facciata della normalità comune. Che gusto c’è a integrarsi con gli altri,  a farsi accettare dagli altri, rinunciando a se stessi e agli amici? Avevano costruito una monotona ugualità per non avere barriere, e ora non avevano legami con nessuno. Certe cose non le capisco proprio.
Passata un’altra ora, senza che nulla fosse accaduto (mi andava bene perfino una formica che andasse in cerca di cibo), finii col perdere ogni speranza di cavare qualcosa di bello da raccontare da quel mondo monotono. Stavo per dire la formula di ritorno quando venni interrotto da un rumore che mi fece desistere dal proposito (ma che non riuscì a smentirmi). Devi tenere presente che per otto ore non avevo sentito nulla, a parte i miei pensieri e il suono dei miei movimenti, così mi venne un colpo a sentire quel rumore, e saltai così in alto che avrei benissimo potuto fare una capriola in aria.
Aguzzai la vista, scrutando attentamente in ogni giardino che si trovava vicino a me e osservando l’orizzonte ai due capi della strada. Fu all’estremo destro che vidi comparire in lontananza una macchiolina. Era poco più che un puntino all’inizio, ma lo vedevo saltellare su è giù; e man mano che si avvicinava i suoi salti aumentavano e la forma cambiava: non più un puntino, ma uno spaventapasseri.
Proprio così! Era uno spaventapasseri che saltellava lungo la strada. Il rumore era prodotto dallo sbattere del lungo pezzo di legno che gli serviva da gambe contro il selciato. Io mi spostai di lato per farlo passare: non avevo mai visto uno spaventapasseri saltellare qua e là (in tutte le storie stanno sempre fermi) e la novità provocò in me un certo timore che fui restio a bloccarlo, nonostante fossi allo stesso tempo incuriosito da lui.
Quando mi passò davanti, mi superò un po’, s’inclinò all’indietro e fece un salto mortale, cadendo sulla punta del bastone in perfetto equilibrio e continuando a saltellare. Era veramente alto (forse quattro metri), indossava una logora camicia rossa con quadratini bianchi, un paio di jeans strappati e un vecchio cappello di paglia che copriva dal sole un tondo cuscino giallo tutto sporco, con disegnato sopra due punti neri, che erano gli occhi, e una curva per bocca.
Non potendosi abbassare, indietreggiò saltellando fin dove gli era possibile,raggiungendo l’altro capo della strada, ma capivo dai suoi movimenti che era frustrato per il non riuscire a vedermi. Decisi così di arrampicarmi sul muro alle mie spalle; e alla fine potemmo parlarci.
- Lieto d’incontrarla, Spaventapasseri.
Lui non rispose subito, si arrestò sul posto, fissandomi con quei due occhi inespressivi; poi roteò su se stesso e riprese a saltellare, cantando:
Io salto di qua.
Io salto di là.
Sono felice!
Come va?
- Va bene. Io mi chiamo Dirkon. Tu hai un nome? O posso chiamarti semplicemente Spaventapasseri?
Mi sentivo un vero sciocco a parlare in quel modo: come se davanti a me ci fosse un pazzo, l’idiota del paese, o uno straniero che non capiva una parola.
Lui, continuando a saltellare e a roteare sul posto, rispose:
Spaventapasseri mi chiamo
Io a te non ho mai incontrato
Tu sei nuovo non è vero?
Vieni con me, gatto nero!

- Sarei ben lieto di seguirti nel tuo viaggio. Sono ore che resto qui da solo, e nessuno ho visto aggirarsi da queste parti.
Così, senza pensarci due volte, mi arrampicai su di lui e mi tenni aggrappato alla sua camicia, sedendomi sulla sua spalla sinistra.
- Te ne prego, Spaventapasseri… sai parlare come faccio io? O sei solo in grado di cantilenare?
Cantare io…
- Io canto perché rimanendo tanto tempo da solo ho finito col dimenticare come si parla normalmente. Mi hai fatto tornare in mente come parlano tutti, e te ne sono grato.
- Anche così parli in modo strano. – gli feci notare io.
- E’ perché imparato ho sentendo i contadini parlare tra di loro. Nessuno mi ha mai corretto mentre sbagliavo. Non è tutta colpa mia.
Decisi di non toccare più l’argomento e partimmo per il nostro viaggio.

Presto il paesaggio cambiò. Non che ci rimanessi male, ma mi stupì notare come, poco dopo la nostra partenza, fosse cambiato. Dapprima erano comparse delle stradine  a separare le case che non avevo notato e infine queste scomparvero, come se non ci fossero mai state, nonostante ne avessi sempre visto due file infinite. Al loro posto erano comparsi vasti campi di grano o prati verdi attraversati da fiumiciattoli, e la strada asfaltata era stata sostituita da una sterrata. Spaventapasseri saltellava tranquillamente, andando dritto per la sua strada, senza fermarsi mai. Non parlavamo molto; soprattutto perché avevo paura di mordermi la lingua nel farlo. Più che altro vi era un rapido scambio di domande e risposte che iniziavamo alternativamente.
Fui io ad iniziare; tanto per fare conversazione.
- Da dove vieni?
- Da un campo di grano poco lontano da qui. – rispose lui, senza mai smettere di saltellare.
Poi, quando ci fermammo perché mi sentivo male, fu lui a chiedermi:
- E tu da dove vieni?
- Da un mondo abitato da gente molto brutta. – risposi io, mentre cercavo di convincere il mondo a smettere di saltellarmi davanti agli occhi, senza buoni risultati.
Proseguii il viaggio a piedi, camminandogli accanto. Lui, comprensivo, faceva dei salti più piccoli, in modo che non fossi costretto a correre per reggere il passo.
Continuammo a camminare così, senza alcuna rilevante novità, finché non vedemmo un vecchio con una lunga barba bianca che arrivava al terreno, che se ne stava seduto sul ciglio della strada senza fare nulla, guardando davanti a sé con aria vacua.
Spaventapasseri lo superò e fece un salto all’indietro come aveva fatto con me.
“Meno male che non sono rimasto sulla sua spalla”, pensai; ammirando al tempo stesso la sua abilità.
- Chi sei tu? – chiese Spaventapasseri al vecchio.
Questi parve accorgersi solo allora della nostra presenza. I suoi occhi, prima bianchi, furono attraversati da nuova vita, e quando li posò su di noi si spalancarono per la sorpresa della nostra natura.
- Vi è dunque qualcun altro a questo mondo oltre a me? – le parole, mozzate dalla commozione quasi non si udirono; le lacrime scendevano copiose e lui si asciugò il viso come un bambino. – Non sono solo! – urlò, abbracciando il sottile bastone di Spaventapasseri e prendendomi in braccio, arruffandomi il pelo, e facendomi urlare per lo spavento.
Fu così che acquisimmo un nuovo compagno di viaggio. Il vecchio pareva essere tornato alla sua gioventù, tanto correva, si agitava e parlava.
“Da dove venite?”; “Ci sono altri come voi?”; “Sono sempre stato solo!”: queste furono le uniche frasi che riuscii a comprendere, tanto erano irrefrenabili le parole che gli uscivano dalla bocca.
Quando si fu stancato di parlare da solo, riuscii finalmente a prendere parola e chiedergli:
- Da quanto tempo te ne stavi da solo?
Lui alzò gli occhi al cielo, intristendosi di colpo e facendosi taciturno. Mi pentii subito di averglielo chiesto e gli chiesi scusa per la mia importunità.
- Non c’è alcun bisogno che ti scusi. Francamente, credo di non sapere nemmeno io da quanto me ne stavo seduto dove mi avete trovato. Ricordo soltanto che un tempo la città era piena di vita, ma poi, col tempo, tutti divennero sconosciuti agli occhi degli altri. Nessuno voleva avere rapporti, capisci? Si rinchiusero tutti quanti nelle loro case, e uscivano solo per curare il giardino la mattina e costruire i muri che li separavano dagli altri. Era come se tutti fossero stati colpiti da una strana malattia; così me ne andai via, temendo di rimanerne colpito anch’io. Ho viaggiato fino a dove mi avete trovato, senza incontrare anima viva nel mio cammino. Stanco e desolato, mi sono fermato, e non mi sono più mosso di lì fino a oggi.
La discussione fini lì; sia perché il nostro compagno – che scoprimmo chiamarsi Italo – non aveva nulla da raccontare, non avendo fatto nulla per molto tempo, sia perché neppure io avevo qualcosa da raccontare, essendo quello il mio primo viaggio.
Spaventapasseri, dal canto suo, non sembrava voler partecipare ad alcuna discussione. Continuava a saltellare senza dire nulla; solo il fatto che adeguasse l’andatura alla nostra dimostrava che ci teneva un minimo in considerazione.
Dopo circa mezz’ora incontrammo una donna che, come Italo, se ne stava seduta sul ciglio della strada con aria vacua e ci fermammo.
- Buon giorno, signorina. – la salutò Spaventapasseri, facendo nuovamente il salto mortale all’indietro che amava così tanto.
Anche in lei vidi la vita tornare nei suoi occhi.
- Non sono sola?
Ci abbracciò tutti quanti, piangendo come una bambina, e non ci fu verso di farla smettere. Quando si stancò di piangere, chiese:
- Ci sono altre persone oltre a noi?
- Non lo sappiamo. – rispose tranquillamente Spaventapasseri, che aveva già ripreso a saltellare.
- E’ incredibile! – esclamò stupefatto Italo, che era ben felice di poter parlare con un essere umano. – Eravamo così vicini, eppure non ci siamo mai incontrati. E’ assurdo!
- Non ci siamo cercati. – ragionò la donna che si chiamava Marielle. – Se solo avessimo cercato un po’ di più ci saremmo incontrati sicuramente, ma abbiamo rinunciato troppo presto e ci siamo fermati ad attendere che fossero gli altri a trovare noi.

Nel proseguimento del nostro viaggio incontrammo un altro uomo e un’altra donna, nelle stesse condizioni di Italo e Marielle. Entrambi erano a circa mezz’ora di distanza l’uno dall’altro e quando ci videro s’inginocchiarono, piangendo e ridendo al tempo stesso per la gioia di non essere soli. Si chiamavano George e Yuki.
I quattro si dimenticarono presto di me e Spaventapasseri, essendo troppo contenti di aver trovato altri umani e troppo impegnati a scambiarsi opinioni su quello che era successo al mondo e ipotesi su dove fossero finiti tutti gli altri; ma né io né lui ce la prendemmo.
Osservavo tutto attentamente – notando come, man mano che il tempo passasse, il paesaggio si era fatto più verde e che i pochi sparuti alberi che avevamo visto fino ad allora erano diventati un bosco molto fitto che quasi non faceva passare i raggi del sole – e non mi sfuggì come la parlata di Spaventapasseri fosse diventata corretta, più fluida e più sicura; come non sfuggivano i segni della sua gioia per aver incontrato qualcuno disposto a seguirlo, e che si manifestavano in improvvise accelerate o in ondulamenti eccessivi. Il suo volto era naturalmente imperscrutabile – i due occhi neri  e il sorriso non cambiavano mai – ma questi particolari mi convinsero della sua felicità e il tono della sua voce rendeva allegro anche me, di quanto era contagiosa.
Calò la notte – così rapida e improvvisa che non ce ne accorgemmo – ed eravamo così stanchi per il troppo camminare che decidemmo di fermarci, ma Spaventapasseri ci stupì.
- Non se ne parla! Io non mi fermerò!
Rimanemmo allibiti dalle sue parole.
- Caro amico – cominciò Italo. – Non siamo più abituati a camminare e le nostre gambe chiedono una sosta.
- Italo ha ragione!- disse George – Non possiamo continuare a camminare all’infinito; abbiamo bisogno di una pausa. Fermiamoci e riposiamoci. Domani proseguiremo il viaggio e la ricerca di altri uomini, più speditamente.
Furono tutti d’accordo con le sue parole, e Yuki, che voleva sempre dire la sua, aggiunse:
- Dopotutto, Spaventapasseri, non succederà nulla se ci fermeremo.
Non dissi nulla: da una parte ero stanco come i miei compagni e avrei tanto voluto riposarmi, dall’altra capivo che Spaventapasseri si comportava come se fosse a repentaglio la sua vita, ma non avevo idea del perché.
- Ho un’idea. – sentenziai allora io, avendo trovato una soluzione che avrebbe dovuto rendere tutti felici. – Spaventapasseri saltellerà nei dintorni, o andrà avanti per un po’ per poi tornare da noi all’alba; così noi potremo riposarci.
I quattro accolsero l’idea con gioia e si misero subito a preparare dei giacigli. Io mi avvicinai a Spaventapasseri, che saltellava qua e là, nervoso.
- Cosa c’è che non va? – gli chiesi. – Perché non vuoi fermarti?
- Non posso fermarmi, amico mio. – avvertivo nella sua voce una lieve incrinatura. – Non posso fermarmi! Non voglio fermarmi! Capisci?
Non lo capivo, ma anziché dirglielo continuai con le mie domande.
- Spaventapasseri, perché vai avanti?
Non mi rispose subito; si girò dall’altra parte e si allontanò un po’.
- Vado avanti perché non posso fermarmi.
- Perché non puoi fermarti? – gli chiesi mentre si allontanava sempre di più.
- Perché potrei cadere se mi fermassi. – rispose in lontananza. – Il giorno in cui mi realizzarono mi dissero che avrei dovuto fare la guardia ai campi per tutta la vita, e che se fossi caduto mi avrebbero buttato.
Gli diedi la buonanotte e andai a dormire, conscio che sarebbe stato inutile inseguirlo e proseguire la discussione. Nel mio mondo avevo imparato che se qualcuno vuole dirti la verità la dirà senza fare storie, ma se ha qualcosa da nascondere, o ha dei problemi a parlarne, bisognerà tirargli fuori la verità a piccole dosi, senza esagerare e rischiare di non ricavarne nulla.
I quattro si erano già addormentati. Sul loro volto era segnato uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. Avevano passato tanto tempo da soli e ora erano diventati amici. Sapevo che l’unico motivo per cui seguivano me e Spaventapasseri era il pensiero di trovare altri come loro, mentre io cercavo di capire cosa passasse a lui per la testa.

Fui il primo a svegliarmi. Spaventapasseri era tornato dalla sua passeggiata, e ora stava svegliando i quattro che si rigiravano su se stessi e dicevano cose tipo: “ Non ora mammina!”; “ Altri cinque minuti.” e altre cose così.
Il viaggio proseguì come il giorno precedente, senza alcuna novità che lo rendesse interessante. Avevo deciso di lasciare Spaventapasseri assorto nei suoi pensieri, per poi fargli altre domande al momento opportuno; così discussi un po’ con loro, raccontando qualcosina del mio mondo e di come fossi finito laggiù. Non capivo se erano più interessati al racconto o alla possibilità di andarsene dal mondo in cui ci trovavamo.
A metà giornata notai una cosa che mi allarmò. Nessuno se ne era accorto, assorti com’erano nelle loro chiacchierate, ma io si: Spaventapasseri si era abbassato di circa un metro.
- Spaventapasseri? – non sapevo cosa dirgli, anche perché nella mia testa frullavano tante spiegazioni tutte diverse tra loro.
- So cosa vuoi dirmi, unico amico mio. Mi sto consumando.
- E’ perché continui a saltellare che consumi il legno?
Non rispose, limitandosi a fare un verso che interpretai come un si.
- Perché vai avanti?
- Perché non posso né fermarmi e né cadere.
Quel giorno non incontrammo nessuno, e quando si fece buio ci accampammo, come la sera prima. Al mattino ripartimmo come previsto… Spaventapasseri si era abbassato di un altro metro.
Anche i quattro se ne accorsero.
- Che cose ti sta succedendo? – chiese Yuki, emettendo un gridolino stridulo.
- Mi consumo. – rispose lui come se nulla fosse. – Domani sarà il mio ultimo giorno.
Nessuno di noi parlò. Ce ne stavamo tutti attaccati, come se sentissimo che qualcosa di terribile sarebbe presto accaduto e cercando rassicurazione dal contatto dei nostri corpi.
A Spaventapasseri era venuto il fiatone, il legno che gli serviva da gambe si accorciava a vista d’occhio, più velocemente rispetto agli altri giorni, e temevo che non avrebbe superato la notte.
- Perché vai avanti? – gli urlai. – Perché proseguire se significa morire?
Ci fermammo ad aspettare la sua risposta, mentre lui continuava a saltare, inclinato in avanti e assumendo un’aria patetica (anche per un spaventapasseri).
La sua risposta giunse fredda, distante e tagliente.
- Perché solo morendo posso dire di aver vissuto. Vado avanti perché voglio andare avanti.

E infine il sole calò; nascondendosi vigliacco alla nostra vista.
Ormai era poco più alto di un metro, e tra non molto sarebbe morto. Mentre faceva dei piccoli, deboli e tristi saltelli borbottava tra sé e sé di voler raggiungere il cielo, di voler uscire da quel dannato bosco.
Marielle e Yuki piangevano sommessamente sulle spalle di Italo e George, che guardavano avanti a loro, mostrandosi sicuri nonostante le lacrime che gli rigavano il viso.
Io aumentai il passo, raggiungendo Spaventapasseri che ora era poco più alto di me. Mi ricordai di pochi giorni fa, quando era così alto da doversi allontanare per guardarmi negli occhi. Anche a me venne da piangere.
- Perché piangi? – mi chiese stupito, come un bambino che chiede qualche al genitore. – Io sono felice… Ho incontrato degli, sono andato avanti e ho vissuto. Non ho rimpianti.
- Perché vai avanti? – fu l’unica cosa che riuscì a dire. La voce mi si strozzava in gola e le lacrime mi offuscavano la vista. Non riuscivo a capacitarmi della sua ostinazione a proseguire il suo viaggio, se significava andarsene.
- Te l’ho già detto. – le sue parole quasi mi accarezzavano quanto il loro tone era dolce. – Vado avanti per vivere. Alle mi spalle c’è la morte e sotto di me non c’è nulla. Quando stavo fermo tutto il giorno il tempo non passava. Saltando continuamente ho bruciato le tappe, ma non sono triste per questo. Da quando ho lasciato i campi posso dire di essere vivo.
Il bosco finì. Imprecai contro di esso per non aver continuato ad estendersi all’infinito.
Spaventapasseri aumentò l’andatura, roteando in aria, felice come una pasqua; urlando a squarciagola:
- Le Stelle! Le stelle! Sono vivo! Sono vivo!
Compresi che per tutto il tempo passato ai campi aveva visto le stelle da morto, osservandole senza poter andare loro incontro, mentre loro venivano e andavano ogni giorno, libere.
Anche io mi misi a correre, e urlai alle stelle:
- E’ vivo! E’ vivo! Spaventapasseri non è più morto! Ora è vivo!
Anche gli altri si misero a correre, urlando assieme a me.

Cadde che era arrivato nei pressi di un fiume, che rifletteva la luce delle luna e delle stelle in scintillii argentei. Mai come allora il suo sorriso nero, disegnato, sul cuscino era stato così vivo. La faccia era rivolta alle stelle sue amiche, che erano splendenti più che mai, felici per la gioia del loro compagno di tante serate.
- Sono felice… – sussurrò.
Furono le sue ultime parole. Mi avvicinai a lui lentamente, aspettando che si rialzasse da un momento all’atro. Aveva un’espressione talmente serena… tutto in lui esprimeva gioia e tranquillità.
Lo colpii delicatamente con una zampa.
- Basta riposare. – lo sgridai. – L’hai detto tu che devi andare avanti.
Nessuna risposta.
- Smettila di riposare! – gli artigli squarciarono la fodera, affondando nell’imbottitura. Le lacrime non la volevano smettere di gocciolare sul suo volto. – Devi andare avanti. Devi andare avanti!
I quattro mi afferrarono, strappandomi dal corpo con forza. Ci unimmo in un caldo abbraccio, piangendo per il nostro amico che ci aveva abbandonato e che così tanto aveva saputo insegnarmi.
Quando mi resi conto che presto sarebbe giunta l’alba, chiesi a George e a Italo di aiutarmi. Prendemmo Spaventapasseri, e lo mettemmo in acqua, lasciandolo trascinare via dalla corrente, accompagnato dalle stelle che aveva sempre voluto raggiungere.
- In questo modo vivrà per sempre.

Spiegai ai quattro il modo per cambiare mondo; qualora si fossero stancati di cercare altri come loro, con la promessa di rincontrarci tra un anno, per raccontarci i nostri viaggi.
Prima di partire, ripensai un’ultima volta a quello che Spaventapasseri mi aveva detto.
- Perché vai avanti?
- Vado avanti per vivere.
Stupida semplice verità.

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