Avvertenze: anche se l’inizio del post non c’entra niente col titolo, confermo che l’argomento è lo stesso.
Amo Rumiko Takashi. Buona parte di ciò che sono (la parte buona e quella pazza) è dovuto a lei. Tempo fa comprai su ebay le sue raccolte di racconti apparsi su diverse riviste e tra queste c’era “Il Bouquet Rosso”. Tra i racconti presenti, il migliore, quello che mi ha colpito di più è il quarto.
La profondità del racconto si vede già dal titolo: “Help”. Tutti abbiamo bisogno di aiuto; nella sua brevità, il titolo alla fine del racconto ci farà chiedere “Chi è che ha bisogno d’aiuto in questa storia?”.
La storia inizia con un uomo sposato e con figlio che chiede alla moglie di andare a vivere nella casa del padre che è costretto a letto. Se c’è una cosa che adoro della Takashi è che se gli uomini possono essere idioti, combinaguai, disperati e sfigati fino all’estremo, c’è sempre una donna che li salva. Le sue donne sono belle, gentili e soprattutto forti. Nelle raccolte sono quasi tutte casalinghe e senza di loro i mariti sarebbero perduti. Anche le donne ne combinano di grosse, ma sono abbastanza forti da cavarsela. Gli uomini invece sono un disastro.
La moglie dovrà sacrificarsi e imparare ad accudire un anziano. Certo, c’è l’assistenza domiciliare, ma è una sfida lo stesso. Succede però che si rompe la gamba e il marito decide che si occuperà lui del padre. Ed è qui che inizia l’inferno. La discesa inizia con la moglie che gli chiede “Sai come mettergli il pannolone?” e lui rimane sotto shock. Si può fare tutto, ma il pannolone è il pannolone. Per un figlio è come dover dare il ciuccio al figlio del diavolo.
La pag 106 vale da sola il prezzo del volume. Un padre a letto che si vede costretto ad accettare l’aiuto del figlio. Nei giorni successivi c’è il degrado totale: lui non riesce a dormire e si rende conto che prendersi cura di un padre malato significa non limitarsi a salutarlo prima di andare a lavoro; il padre si fa i bisogni addosso e cerca di raggiungere da solo il bagno; la casa è un porcile; il figlio di lui mangia solo cibi precotti e la moglie resta ancora in ospedale. Dicono che la guerra è un inferno, ma io preferirei andarmene in Iraq. Un figlio però se ne sta muto è fa quello che è suo dovere.
Come tutti, volevo essere un figlio devoto.
Succede però che inevitabilmente si raggiunge il limite. Lo stress è così alto che non si può fare a meno di crollare: ci si ubriaca, si piange a dirotto oppure si urla. Lui urla contro il padre dicendogli di stare zitto e di lasciarlo fare.
Voglio essere lodato da mio padre anche se è ridotto così male?
Qui c’è la presa di coscienza che anche se gli anni sono passati e il padre è costretto a letto
Io… sono come un bambino
Il padre poi si trascinerà fino a lui e gli chiederà se sta bene.
Un genitore può essere ridotto a un vegetale, ma sarà sempre un genitore e io sarò sempre un figlio. Un figlio non potrà mai smettere di essere tale, anche volendo. Vorremo sempre l’approvazione dei nostri genitori e renderci utili; anche se preferiremmo morire piuttosto che vedere i nostri genitori in certe condizioni.
Il protagonista si salva perché poi la moglie ritorna a casa, ma non smetterà di stare a fianco del padre
Comunque ci sono sempre io a sorreggerlo
Alla fine ci si chiede “Chi ha bisogno di aiuto?”. Il figlio, che deve accudire il padre? La moglie, che si sacrifica per il bene della famiglia? Il padre, che si vede tolto il ruolo di genitore forte? O il figlio di lui,, che resta vittima degli eventi ed è incapace di fare qualcosa?
Sono tutti ad avere bisogno di aiuto. Non si scappa da questa verità.
Se qualcuno ha bisogno di te, tu devi aiutarlo. Se hai paura, cerca di superarla; se non sai cosa fare, cerca di imparare; se non ce la fai, sforzati il più possibile; se non c’è nulla che tu riesca a fare, almeno ama.
Halaw