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After Dark – Haruki Murakami

+000031312009bSat, 10 Oct 2009 13:32:14 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Premessa: se qualcuna vuole leggere questo commento sappia che potrebbe rovinarsi alcune parti del libro.

Questo libriccino di sole 178 pagine è ambientato a Tokyo di Notte. La storia inizia in un love hotel (hotel dove si va a fare sesso e che offrono diversi ambienti stuzzicanti) dove una giovane prostituta cinese viene picchiata dal suo cliente. La proprietaria del love hotel, Kaoru, non riesce a comunicare con lei, ma in suo aiuto arriva Takahashi (che prova con il suo gruppo lì vicino) che le porta Mari, una giovane studentessa di cinese conosciuta in un fast food.

Non sono mai stato bravo a riassumere i libri. In un libro ci sono così tante cose che trovo assurdo tentare di condensarle in cinque righe. Per fortuna ibs offre una sunto migliore, ma non è questo problema. In After Dark c’è così poca sostanza che non riesco a descriverne la trama.

Non sono un idiota. Quando compro un libro cerco di farmelo piacere e non amo parlare male delle persone e dei loro libri. Sempre su ibs ho trovato solo recensioni entusiaste e inizio a pensare di essere nel torto ma se dovessi riassumere questo libro in poche parole direi che è inutile e pieno di stereotipo.

Gli elementi del libro sono: la notte, i personaggi, un elemento onirico, il narratore, l’approfondimento psicologico.

La notte: Ho letto commenti in cui la notte è vista come protagonista, altri che richiamano il sottile confine tra reale e irreale, tra luce e buio. In realtà la notte è solo la notte: non porta messaggi, non insegna nulla, non influenza i personaggi in particolar modo. In alcune scene non sembra neppure che sia notte. L’unica cosa interessante è che ogni capitolo è ambientato in un’ora della notte.

Tanti personaggi e tanti stereotipi:

Kaoru, gestrice  del love hotel è un ex-lottratrice che si è ferita. Tutte le donne che fanno attletica devono essere brutte;  senza seno; senza un cane che se le pigli; basta il minimo infortunio per rovinarle la carriera; sono donne e quindi troppo stupide per trovare un lavoro decente; sembrano cattive, ma invece sono buone. In un solo personaggio Murakami offre alcune degli stereotipi più odiosi che esistano. Kaoru è inutile, compare in poche scene, fa una telefonata e poi scompare.

La mignotta cinese non parla il giapponese, viene fregata da chi le aveva promesso un nuovo mondo, e nel libro passa un brutto quarto d’ora. L’unica cosa interessante è che è bella, ma per il resto è più inutile di un vaso rotto. Tutto il libro parte dal fatto che lei viene picchiata perché le vengono le mestruazioni e Kaoru spiegherà che succede a molte prostitute facendo scende il suo livello di utilità sotto lo zero.

Shirakawa è un tecnico informatico che lavorando sempre di notte voleva farsi un scopatina. Il poveraccio si ritrova la mignotta di prima e arrabbiato la picchia. Per questo (visto che Kaoru non sa farsi gli affari suoi) verrà cercato dalla mafia cinese. E’ l’unico personaggio potenzialmente interessante ma Murakami lo descrive solo mentre lavora e a casa. La mano gli fa male, però non s’indaga sui motivi del suo gesto. Murakami fa risaltare il corpo sudato di Shirakawa mentre fa gli addominali. Come dovrei sentirmi, io lettore, di fronte a questa descrizione? E’ giustificabile se Murakami è gay o puntava, quando scrisse il libro, alle donne e agli omosessuali (del resto a me avrebbe fatto piacere se al posto di Shirakawa ci fosse stata una donna) sennò prende semplicemente in giro il lettore.

Tizio mafioso. Egli è il classico mafioso: brutto, in moto, vestiti dark, sempre incazzato pur non dandolo a vedere. Compare per cinque righe, poi in moto a un  incrocio e infine telefona due volte a Shirakawa, ma questi ha lasciato di proposito il cellulare al supermercato.

Komugi è una collega di Kaoru. Lavorando in un love hotel deve per forza avere qualcosa che non va e racconta il suo noioso passato a Mari. Mari le chiede perché si confida con una sconosciuta invece che con le sue colleghe e lei le risponde che non sa spiegarlo (più marionetta di così che si vuole?)

Eri è la sorella di Mari. E’ molto bella; tanto bella da essere deficiente come la regola vuole che siano tutte le modelle. Per cause sconosciute dorme da mesi (ma non è in coma). La sua inutilità è memorabile

Takahashi è un giovane che suona il trombono (credo) col suo gruppo, sa qualcosa di informatica e aiuta Kaoru a volte. Si prende una cotta per Mari, ma questa non ci sta. E’ l’unico con un passato interessante, peccato che il personaggio sia molto noioso.

Mari è la protagonista più inutile che mi sia mai capitata. Essendo sua sorella modella, lei è apatica, stitica, non la vuole nessuno, non ha un rapporto coi genitori, invidia la sorella e la sua sola fuga dal gas e scappare all’estero. Per tutto il libro non fa che lamentarsi del mancato rapporto di affetto con Eri, ma per fortuna gli altri protagonisti che la incoroggiano e lei capisce che il gas non è la soluzione, ma che ci sono pure le corde. L’unica scena decente con Mari poteva essere il rapporto incestuoso con la sorella dormiente, ma si limita a un accenno di pomiciata (si dà più spazio ai muscoli scolpiti di Shirakawa.

Ogni libro di Murakami sembra avere un elemento onirico. In questo credo si tratti del fatto che Eri si sveglia in una stanza che non è la sua, spiata attraverso un televisore da uno che non si vede. Non si sa cosa sia successo a Eri, non si sa come sia finita in un altra stanza, non si sa chi la spia e non si sa cme alla fine faccia a tornare a casa sua. Ciò che resta al lettore è solo la noia.

L’unico elemento decente del libro è il narratore. E’ come se questi fosse un regista e il lettore stesse accanto a lui durante le riprese. Mi è piaciuto l’effetto. Murakami, tramite il narratore cerca di coinvolgere i lettori dicendo quello che si dovrebbe fare per aiutare i protagonisti, ma chiarisce che non si può fare nulla a parte guardare. E’ una cosa carina… ma dopo dieci volte che ti ripete le stesse cose uno non può fare che rompersi!  Questo tipo di narratore è servito solo a descrivere la storia di Eri. Un narratore normale avvrebbe liquidato il tutto in una riga: “Eri sta dormendo.” Murakami invece, per annoiare, descrive tantissime cose inutili e, cosa ancor più grave, lo fa più di una volta.

La storia si svolge nell’arco di una notte, quindi nessun protagonista evolve; nessuno risolve i suoi problemi; nessuno impara qualcosa (a parte Mari che scopre la nobile arte della masturbazione).

Ciò che più dà fastidio è il fatto che Murakami tratta il lettore come un idiota. Verso la fine del libro Takahashi, casualmente entra nello stesso supermercato in cui era entrato Shirakawa e, sempre casualmente, risponde al suo telefonino giusto per venir minacciato dal mafioso che è così idiota da non capire con chi sta parlando (però per qualche motivo conose il numero).Utilità della scena? Zero. Poco dopo Murakami descrive il commesso che risponde al telefonino e che viene nuovamente minacciato (i mafiosi non sanno riconoscere due voci differenti).

E’ un peccato. Di Murakami ho letto anche “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” che pur avendo un finale idiota (che prende in giro il lettore) è molto interessante, ben scritto e che fa venir voglia di leggere altro dell’autore.

Di Murakami ho anche “Norwegian Wood” in inglese  e ” A  sud della frontieta, a ovest del sole”. Spero di poterlo rivalutare.

Categories: Senza Categoria

Problemi enormi per un piccolo uomo

+000030302009bWed, 17 Jun 2009 18:56:07 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Un tronco cavo trascinato inerte dalla corrente di un fiume, senza possibilità di cambiare la sua situazione, inerte di fronte al destino.

A parte il fatto che non credo al destino, negli ultimi mesi mi sono sentito così male interiormente da  poter fare impazzire uno psicanalista. Si parla sempre dei problemi dei gggiovani, della crisi morale, dei dubbi esistenziale e del traffico cittadino, ma provare certe cose di persona è molto traumatico, spossante… una rottura di balle che non auguro a nessuno. Non ne sono ancora uscito, ma almento sto cercando di uscire dal mio guscio. Mi sento vuoto, ma cerco di riempirmi (pizza, coca cola e patatine aiutano); mi sento debole, ma cerco di rinforzarmi (anche la cyclette aiuta,però è preferibile il cibo); mi sento inutile, ma cerco di trovare un senso alla mia vita (per fortuna il frigorifero è sempre al suo posto).

I problemi umani sono un cerchio: i dubbi sulla vita portano a porre domande su noi stessi, le quali ci rendono critici del nostro passato, delusi nel presente e pessimisti circa il futuro e tutto questo ci riporta a porci dubbi sulla vita.

Di me non mi va bene quasi più nulla. Ci sono cose che voglio cambiare, altre che devo accettare (ma non voglio), altre ancora in bilico tra l’ottimismo e il pessimismo.

Sono pieno di rabbia e delusione e questa società di merda considera reato tutto ciò che potrebbe farmi sentire meglio (tipo distruggere la macchina che ha posteggiato accanto a me in doppia fila). La soluzione è un mio cambiamento, ma questo dipende anche dalle circostanze favoreli (una borsa cn dentro un miliardo di euro farebbe comodo) che non accadono.

Sono molto più disilluso del mondo, enormemente più disgustato di me stesso e degli uomini (savlo solo le asiatiche), ma al contempo desideroso di cambiamenti.

Fino a ora ho tentato di dividermi in parti uguali tra tante cose che volevo realizzare quindi ho deciso di modermi e ho fatto una lista delle cose da fare in futuro (sono solo circa 70 punti in aumento). Ho deciso che obbiettivi voglio ottenere per primi e voglio proseguire per questa strada, sperando di riuscire ad andare avanti senza fermarmi.

Voglio cambiare, voglio migliorare, voglio trovare il coraggio di dimenticare il passato e conservare solo gli insegnamenti, voglio riuscire a evitare gli stessi errori, voglio essere più forte e aggressivo per dominare me stesso e il mio futuro ( e spaccare la faccia a quello in doppia fila) ecc.

Fossi il signore del mondo sarebbe tutto più facile e il genere umano sarebbe più felice, ma devo ancora trovare un esercito che mi sia fedele fino alla morte e lo stato giusto da conquistare.

Nel frattempo cerco di andare avanti.

(a conclusione di questo post ci starebbe benissimo un urlo: “E chi se ne frega!!!”)

Manga: edizioni italiane vs edizioni giapponesi

+000031312009bSun, 08 Mar 2009 15:44:01 +0000UTC 18, 2007 claudio88 3 commenti

Chiunque vada in un forum dedicato ai manga può fin da subito notare che è opinione comune considerare le edizioni italiane e quelle giapponesi su due piani diversi.

In genere quelle italiane vanno dal pessimo (Star Comics e Panini per alcune delle loro collane) al quasi giapponese (Dynit). A volte fanno capolino pure quelle francesi che sono il meglio del meglio, ma ciò è dovuto ai prezzi folli.

Ho sempre pensato che i critici delle edizioni italiane fossero degli sboroni che non avevano mai visto un’edizione giapponese dal vivo, che non capissero nulla del mercato dei manga italiano e che non cercassero di capire le motivazioni delle case editrici. A questo proposito basta andare sul forum della Paninicomics per rendersi conto della testardaggine dei clienti e della sorda ottusità della casa editrice.

Non ho mai potuto prendere una posizione ferrea perché, pur convinto di essere nel giusto, non avevo un edizione giapponese per avvalorare le mie tesi. Ora che ce l’ho, posso affermare una cosa: Ho sempre avuto ragione!

Il paragone lo faccio con una sola edizione e quindi non posso giudicare tutte le altre case editrici, ma in questo caso ho una casa che sforna molte pubblicazioni, ha molti titoli famosi e, soprattutto, diversi titoli che sono stati pubblicati anche in Italia e quindi il paragone regge nei casi di titoli identici.

Formato: il formato è in media lo stesso delle edizioni italiane. L’impaginazione è ottima, dà un’idea di robustezza, ma ha una pecca. Spesso ci si lamenta che le edizioni italiane non lasciano abbastanza margine di spazio tra i disegni e la costina del volume e che così, a volte, si è costretti ad aprire molto l’albo, rischiando di produrre col tempo un orribile effetto ventaglio. Riscontro anche qui lo stesso problema in alcune occasioni. Non è marcato con in Italia, ma si ricollega a un’altra questione: i caratteri

Ovviamente è tutto scritto in giapponese, ma posso leggere tranquillamente grazie ai furigana messi accanto ai kanji. I furigana servono per aiutare i ragazzi che non hanno imparato tutti i kanji e le letture (e meno male). Purtroppo, visto l’enorme quantità di kanji presenti, i furigana sono piccoli. E’ normale e sensato, ma quando lo sfondo è nero è molto difficili distinguerli (soprattuto trovo difficile distinguere i  き dai  さ). ALtro problema è lo つ che a volte si trova scritto piccolo per raddoppiare il carattere successivo, ma la differenza di dimensioni non è marcata (e in alcuni casi non potrebbe essere altrimenti) e si risolve il problema notando un diverso allineamento con gli altri caratteri dovuto alla minima variazione di dimensione.

Va da sé che più il balloon è piccolo è più lo sono i furigana e se poi ci  si trova il dialogo al margine della pagina, la lettura diventa affine a una missione di salvataggio in Vietnam. Questo difetto (che rimane tale) è scusato dal fatto che i giapponesi leggono molti manga e che se perdono la lettura di uno la ritrovano più avanti oppure in un altro volume. Lo stesso vale per me, ma se si è avanti con l’età ritengo che la lettura possa diventare fastidiosa. Un formato più grande, o un font di dimensione superiore sarebbe meglio.

Qualità della carta: è sempre la carta a far arrabbiare le persone. A volte è troppo sottile, a volte troppo spessa, a volte troppo ruvida, a volte troppo liscia.  A voler difendere gli editori c’è da dire che i lettori sono degli idioti a volte. Ricordo uno che sul forum della panini si lamentava che il primo volume della collection di Akira avesse la carta troppo gialla e che in seguitò cominciò a lamentarsi degli altri numeri con la carta troppo bianca (ovviamente è stato mandato a quel paese dall’editor). La carta giapponese è normale: non è dorata e non è nemmeno fosforescente come voglio far credere alcuni lettori. L’unica critica sensata è la trasparenza: capita a volte che il foglio sia così sottile da lasciar intravedere cosa ci sia nelle pagine successive. Il problema col tempo è stato risolto in Italia ma anche in Giappone le cose sono simile: a volte vedo cosa c’è nelle pagine dopo e provo lo stesso fastidio.

Prezzo: I lettori per una volta (ma solo per una) hanno ragione dicendo che i prezzi sono alti. Gli editori hanno tutte le ragioni del mondo per mettere i prezzi che vogliono, ma come loro non sono una associazione di beneficenza non lo sono neppure io. La serie di Natsume Yuujinchou costa meno di un edizione uguale fatta dalla Dynit, dalla JPop o dalla Flashbook.

Robustezza: Formato, carta, inchiostro ecc. sono fattori trattabili se presi l’uno alla volta, ma quando si parla di tempo le cose si fanno complicate. La Panini e la Star Comics fanno le edizioni più economiche ( la prima come edizioni, la seconda anche per il prezzo) ma se nel breve periodo il confronto con le edizioni giapponesi lo reggono, nel medio e lungo periodo si riscontrano sbavature d’inchiostro, incollatura delle copertine che non regge e colore (sempre delle copertine) che se ne va – come faccia ad andarse dalle costine che non tocco quasi mai non lo so, ma le cose stanno così. La soluzione sarebbe nel leggere il volume una volta e metterlo in una busta, ma io sono il tipo che un volume se lo legge più volte, annusa la carta, guarda ai particolari dei disegni ecc.: le edizioni italiane si rovinano. Più sale il prezzo e più le cose migliorano, ma il disagio rimane. I volumi giapponesi m’ispirano più fiducia, ma solo col tempo vedrò come si combineranno i volumi.

La Dynit al momento mi sembra la casa editrice giapponese italiana e con Emma ha fatto un lavoro superbo. In generale più o meno ogni casa può andare soddisfatta del lavoro fatto (purché ci sia sempre il rispetto verso i lettori) ma è anche vero che sebbene lo scarto non sia enorme c’è ancora molto da fare. Il problema però sta nella minore diffusione dei manga e sotto questo aspetto non c’è nulla da dire: le case giapponesi fanno le edizioni che vogliono perché possono, quelle italiane sono strangolate da un mercato saturo.

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Devo darmi una regolata

+000028282009bWed, 18 Feb 2009 20:42:08 +0000UTC 18, 2007 claudio88 2 commenti

Oggi ho dato l’esame di diritto internazionale. Inizio alle 12 e io primo dell’elenco, la prof arriva in ritardo e chissà perché finisco interrogato dall’assistente.

Ne esco fuori dopo venti minuti (come vola il tempo in certi casi) con un 27.

Da questo voto si capisce quanto io sia idiota. Non solo ho passato quasi due mesi a studiare (rinunciando a fare anche un altro esame perché non ci arrivavo) ma ho preso solo 27. Non che mi lamenti visto che è un buon voto, ma non è possibile che impieghi così tanto tempo a preparami e che ogni volta mi blocchi per il nervosismo.

Il fatto è che non so organizzarmi e ora mi trovo con molti esami da sostenere, un numero incredibile di crediti da prendere e non so ancora quanti anni fuori corso che dovrò fare per laurearmi.

La cosa peggiore è che è tutta colpa mia e della mia pigrizia e io detesto essere nel torto. In realtà il tempo per preparami prima e per più esami l’ho avuto, ma tutti i giorni mi ripetevo “C’è ancora tanto tempo”. Alla fine il tempo non c’è mai. Quindi inizierò a studiare prima.

Poi ci sono le prove in itinere. Fino ad ora non le ho fatte perché preferisco giocarmi il tutto all’orale, ma se poi devo rovinarmi il voto col mio nervosismo tanto vale farle; se mi vanno bene allora avrò meno lavoro da fare, sennò avrò lo stesso fatto del lavoro da scalare per le sessioni ordinarie (sì, ci sono arrivato adesso a questa verità e sì sono un’idiota, ma l’ho già scritto).

Studiare prima e fare almeno una prova in itinere… sperando di riuscirci.

Oltre a questo, sempre riguardo allo studio, devo conciliare le tre lingue e devo conciliare anche lo studio delle stesse tra di loro.

Ho bisogno di calma, di poter pensare tranquillamente.

Per ora lascio che la mente si riposi, domani studierò il giapponese pedalando al contempo (giusto per prendere due piccioni con una fava) e poi farò un bel bagno. Solo dopo tutto ciò programmerò il mio studio.

Detesto avere questi problemi! Vorrei che le giornate durassero molto di più e che la morte non esista. Vorrei avere il tempo per fare tutto quello che voglio e fare tutto quello che voglio. Anzi, lo farò! Non c’è nulla che mi vieti di fare tutto e ogni volta che incontrerò un ostacolo lo prenderò a pugni.

Per finire, in questi ultimi giorni mi sono ricordato della canzone Let’s see how far we’ve come. Questa canzone mi ha spesso sollevato il morale e dato coraggio (non si direbbe dalla canzone, ma sono un po’ strano per certi versi).

Immerso in un oceano di felicità, mi accorgo della sofferenza che mi circonda.

+000031312008bFri, 19 Dec 2008 16:11:48 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

In vent’anni di vita ho letto e sentito tante stronzate sulla vita e sulle sofferenza umane, a partire da “se qualcosa può andare storto, andrà storto”. Allo stesso tempo in tv si sente quasi ogni giorno di gente morta o suicidata, di catastrofi e altre cose che mi fanno pensare “Ma io pago la bolletta per ’sta merda? Cazzo, sto mangiando!”.

Lezione rapida: Il bene e il male non esistono e di conseguenza non esistono né la gioia e né la sofferenza.

Gli uomini sono però degli idioti. Per ogni cosa bella della vita riescono a vederne dieci brutte e si sono inventati cose astratte (bene, male, redenzione, paradiso, inferno ecc.) che distinguono ciò che fa bene agli uomini e cosa no. Sentire parlare di queste cose (per me che sono materialista e utilitarista da fare schifo) è un po’ come beccare un uomo nelle parti basse con una palla da baseball.

Il punto è che siamo immersi in un mare di felicità. Se si fa un elenco di tutte le cose belle della vita e di tutte le cose brutte si vede che le cose brutte sono di gran lunga minori, ma anche ben peggiori. Proprio perché peggiori, più in vista,  i mali della vita (scuola, lavoro, fame, morte, malattie…) ci consentono di elevare le cose belle a un livello superiore per il fatto che sono di più e alla portata di tutti.

Invertendo le cose per fare un esempio migliore è come se tutti noi fossimo circondati dall’oscurità. Se siamo in un sistema omogeno, non importa che per un altro tale sistema sia sbagliato perché è tutto ciò che conosciamo, è perfetto e immutabile. Poi notiamo un puntino luminoso nell’oscurità. E’ la nostra variabile, l’elemento esterno . Ci avviciniamo, man mano la luce diventa più grande e ci accorgiamo sempre di più che nel nostro sistema perfetto c’è qualcosa di più.

Il punto è: più siamo tristi e più ci accorgiamo di ciò che ci rende felici; più siamo felici e più ciò che può renderci tristi appare insopportabile.

Felicità e tristezza sono create dagli uomini, ma la prima dipende dalle probabilità e dalle ripetizioni delle nostre azioni. Se avessimo la possiblità di tornare indietro nel tempo a correggere i nostri errori o di ripetere molte volte le nostre azioni, allora saremmo felici perché ci sarebbe sempre la possibilità di rendere la nostra vita migliore.

Invece  per noi stessi abbiamo poche ore e ancor più poche possibilità di rovesciare le situazioni sfavorevoli.

Alla fine l’unico male dell’umanità è la morte. Noi studiamo per trovare un lavoro e lavoriamo per avere i soldi con cui vivere. Viviamo quattro ore al giorno se ci va bene e quando diventiamo abbastanza vecchi da porter vivere tutto il giorno la morte è già davanti alla porta con il gioco Forza 4.

Fossimo immortali saremmo tuti felici. Non ci sarebbe la fame, non ci sarebbe la paura delle malattie, non ci sarebbe il lavoro, non ci sarebbero le guerre… ci saremmo soltanto noi con i nostri passatempi e la nostra vita. E’ questa la verità.

Lezione rapida: se per spiegare la verità c’è bisogno di un professore con una scopa nel culo, paroloni altisonanti, un libro e una schiera di giornalisti e altri professori con la lingua sporca per tutti i culi che hanno leccato, allora non è la verità. E’ solo un mucchio di stronzate create da un idiota per idioti e per essere studiato da idioti in scuole idiote. Se in meno di un minuto ci si interroga su qualcosa e si ottiene una risposta non suscettibile di variazioni dovute alla persona, alla morale e alla religione (gli altri due mali dell’umanità) vuol dire che si ha davanti la verità.

Oggi possiamo essere immortali; possiamo essere felici. Non è qualcosa di realizzabile solo nei libri. Bisonga puntare tutto sulla scienza, sulle cellulle staminali, sulla robotica, su tutto ciò che possa eliminare i difetti del corpo umano.

Di ritorno dall’inferno

+000031312008bMon, 15 Dec 2008 16:57:54 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Questa prima metà di Dicembre è stata orribile: attentato terroristico a Mumbai (che stando ai telegiornali ha circa 6 nomi), bancarotta dell’Islanda (o forse ho capito male), crisi economica, scontro tra procure, scontro tra partiti, maltempo e altre cose. La cosa più orribile è che ho fatto un incidente con una moto, ma per fortuna non è successo nulla di grave.

Comuuunque ho infine dato l’esame di Storia Contemporanea (sociologia no perché era pure oggi e non sarei riuscito lo stesso a prepararmi) ottenendo un sofferto 27. Mi sono estrainiato per un bel po’ ma ora posso riposarmi, dedicarmi ad altro e poi pensare a diritto internazionale che mi andrà benissimo per il semplice fatto che finora è la mia materia preferita e gli stati sono tanti bambini che lottano per lo stesso giocattolo.

Non sono tanto soddisfatto.  Il professore mi ha detto che potevo prendere di più e ciò è dovuto al fatto che ero nervosissimo. Avevo studiato molto, sono bravo di mio, la materia mi piace e dopo due ore passate a ripetermi che sarebbe andato tutto bene mi comprometto un esame per il nervosismo. E’ colpa mia se non riesco a calmarmi, però le cause sono insite negli esami stessi.

Ecco una grande verità: gli esami fanno schifo.

Non importa quanto si studi perché del 100 % che si sa durante l’interrogazione verrà fuori un 5%. Non importa quanto ci si prepari perché davanti a un professore tutti i bei discorsi che ci si fa in privato non valgono più. Non importa quanto si sia bravi perché i professori non valutano lo studente ma quello che si presenta davanti a loro per circa 30 minuti. Se così non fosse vedrebbero uno che si è fatto un mazzo enorme per prepararsi, che ha i suoi problemi, che soffre se fallisce, che sa molto più di quello che ripeterà. Non importa nemmeno chi sia il professero perché tutti sembrano dire:

“Sparati, infami, aborto dell’umanità! Mi fai schifo, ti odio, ti disprezzo, vorrei farti a pezzi, darti da mangiare a un maiale mangiarlo e poi vomitarlo”

Non è che uno si senta a proprio agio, ma purtroppo ognuno deve fare i conti con questa situazione. Io devo fare in modo di controllare la tensione (il fatto che fossero tre libri di certo non mi aiutava).

Ad ogni modo oggi riposo assoluto, focaccia e Jackie Chan: serata perfetta. Lo studio dell’inglese è andato un po’ a quel paese in questo periodo ma riprenderò presto per poi iniziare anche francese e giapponese secondo un programma che progetterò domani.

Cose che fanno male

+000030302008bMon, 15 Sep 2008 21:53:25 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento

Alla CA. Gentile Direzione Carrefour di Assago

Mi chiamo Barbara  e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni.

Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale.
La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete:

• Finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo
• Sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco   Alimentare per la raccolta di generi alimentari
• Sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo”

Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge.

Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars.

Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco.

Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina.

Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“.

Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione.

Ho pianto. Dal dolore.

Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap:

-Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.

Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova.

Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale.

Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazione che io e mio figlio abbiamo subito oggi.

Categories: Senza Categoria

Japanese Language Proficiency Test (JLPT)

+000030302008bThu, 11 Sep 2008 17:00:58 +0000UTC 18, 2007 claudio88 15 commenti

Il Japanese Language Proficiency Test (nihongo nōryoku shiken  in giapponese, o JLPT per gli amici) a quanto ne so è il più rinomato test internazionale per la valutazione della conoscenza della lingua giapponese.

In parole povere, se il vostro sogno è lavorare in Giappone dovete aver passato almeno il secondo livello.

Ho fatto qualche ricerca (sono veramente molte le pagine a esso dedicate) e ho scoperto che dal 2010 passerà da quattro livelli a cinque. Uno sarà aggiunto come livello intermedio tra gli attuali terzo e secondo livello.

Attualmente i livelli sono 4. Su wikipedia c’è questa tabella indicativa:

 

Test content and requirements summary
Level Kanji Vocabulary Listening Hours of Study Pass Mark
4 ~100 (103) ~800 (728) Beginner ~150 60%
3 ~300 (284) ~1,500 (1409) Basic ~300
2 ~1000 (1023) ~6,000 (5035) Intermediate ~600
1 ~2000 (1926) ~10,000 (8009) Advanced ~900 70%

Mica cavoli! Intanto per i primi tre livelli bisogna azzeccare almeno il 60% delle risposte esatte e poi già dai dati sembra molto difficile.

Il test è inoltre diviso in tre sezioni: Kanji e vocabolario; ascolto e comprensione; lettura comprensione e grammatica.

Tre sezioni per verificare specifiche aree della comprensione che richiedono un impegno costante da parte di chi vorrà provarci.

C’è anche un limite di tempo: 100 per il quarto livello; 140 per il terzo; 145 per il secondo; 180 per il primo.

La percentuale di successo è molto bassa: poco più della metà degli esaminandi ha passato il quarto livello l’anno scorso.

In Italia il test è possibile farlo solo a Milano o a Roma (sempre loro, tutti gli altri pedalino) e per iscriversi bisogna evocare lo spirito di un burocrate giapponese per compilare nei primi di Settembre i moduli  relativi e pagare le tasse. Il test è il 7 Dicembre e i risultati vengono dati a Marzo.

Inutile dire che coloro che studiano giapponese all’università sono avvantagiati ma tutti possono farlo.

Francamente è proprio il fatto che sembri impossibile per un autodidatta studiare il giapponese fino a un certo livello che mi fa venire voglia di provarci. Anche solo passare  il quarto livello da autodidatta sarebbe una cosa meravigliosa, da andare con gli amici al bar, scolarsi due o tre bottiglie di sake importate per l’occasione e poi ballare sui tavoli cantando vecchie canzoni di pescatori (come in Ranma).

Per passarlo ci vuole costanza, impegno, passione e mezzi (grazie ai manga e agli anime) e trovare il materiale per superare l’impossibile è facile (basta anche vedere che libri usano gli universitari). Però, vedendo la tabella mi vengono dei dubbi.

Nella tabella si vede che indicativamente per ogni livello è bene conoscere un certo numero di kanji e di parole. Ora mi chiedo: Come fa uno a sapere 800 parole per il quarto livello e 10000 per il primo? Non sono nemmeno sicuro di riuscire ad elencarne 800 in italiano!

Mi chiedo poi quali sono queste 800 parole e 100 kanji che uno dovrebbe conoscere. C’è un elenco ufficiale? E se non c’è come si fa? Potrei benissimo imparare 100 kanji presenti negli altri livelli, ma poi non trovarne nemmeno uno nel quarto.

Al di là di questi problemi tecnici direi che il vero ostacolo è trovare il tempo per studiare (gli altri fattori o si hanno, o non si hanno) perché si deve conciliare lo studio con gli altri impegni (difatti questo è l’unico vantaggio che hanno gli universitari in Lingue Orientali). Per quanto mi riguarda, voler fare questo test è presto. Prima di tutto devo vedere come sono combinato al secondo anno dell’università, riuscire a racimolare crediti e dare storia a Dicembre (sociologia me la dò per ultima in estate così non sono arrabbiato e posso fare le altre materie in tranquillità). Poi fare questo test non è neppure necessario per chi come me vorrebbe studiare il giapponese per passione, ma la sfida del quarto livello è troppo allettante.

Si vedrà.

 

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Gen di Hiroshima 1

+000031312008bSat, 23 Aug 2008 20:52:42 +0000UTC 18, 2007 claudio88 3 commenti

 

Possiedo questa serie da tanto tempo, ma - vuoi perché dopo aver passato la maturità non volevo deprimermi, o perché all’università me ne sono dimenticato- ho letto il primo numero solo oggi.

Gen di Hiroshima è un manga in quattro numeri pubblicato dalla PlanetManga in grande formato (tanto grande quanto il prezzo), pagine bianche e lettura occidentale (perché?).

Gen di Hiroshima (in orginale “Hadashi no Gen”, Gen dai piedi scalzi) è stato serializzato in Giappone dal ‘72 al ‘73.

Gen di Hiroshima è un manga storico e di denuncia, un capolavoro che non scorderò mai.

Gen di Hiroshima è un urlo disperato in un mondo di sordi.

La farò semplice: Compratelo!

Troppo semplice? Allora vi dirò che potete anche limitarvi al primo numero (diciamo che è autoconclusivo) e correre a prendere gli altri; che i soldi spesi per questo manga non li rimpiaggerete mai; che dopo averlo letto mi ringrazierete di avervelo fatto conoscere; che se non lo apprezzerete non potrete più definirvi umani; che questo manga va letto e fatto leggere a tutti.

Per quanto mi riguarda -se ne avessi la possibilità- costringerei tutti quelli che fanno la guerra, che vivono uccidendo gli altri e che portano avanti progetti di pace facendo la guerra (avrete capito di chi parlo) a leggere questo manga in diretta mondiale e poi gli chiederei: Cosa avete da dire?

Ma queste sono cose che ogni uomo dovrebbe fare, non ce bisogno che lo dica io. Quello che devo fare è diffondere il più possibile questo capolavoro, affinché il messaggio dell’autore e le sue speranze (vanificate oggigiorno) non vengano persi.

Come avrete già intuito dal titolo, questo manga racconta la storia di un bambino (Gen) nato a Hiroshima e che prova su di sé gli orrori della guerra e il fardello che la bomba atomica gli ha lasciato sulle spalle.

Bomba che è stata lanciata da dei figli di puttana che per finire una guerra hanno pensato bene di distruggere due città (Hiroshima e Nagasaki). Bomba lanciata anche per colpa degli imbecilli che non si sono arresi quando dovevano e che hanno condannato a morte centinaia di migliaia di giapponesi.

Questo numero finisce col lancio della bomba e gli effetti che ha avuto sulla città. Volendo potete anche finire di leggerlo e lasciar perdere per un po’ la serie perché ammetto che la sofferenza che permea le pagine è troppa e anche io continuerò la lettura solo tra qualche settimana.

Un numero che fa male. L’autore ha visto quello che racconta, era lì quando tutto è successo e ha deciso di far vedere pure a noi cos’è la guerra e cosa significa possedere una bomba atomica (mi sentite USA, Israele e compagnia bella?).

In questo primo numero entriamo a forza nella vita di Gen e della sua famiglia, l’unica in tutta la città che si oppone alla guerra e viene perciò accusata di essere tradritrice del Giappone. Si va avanti così per 292 pagine con questa famiglia che tenta di andare avanti come tutte le altre ma che in più è perseguitata perché vuole la pace.

Ciò che più mi ha colpito è che l’autore non presenta mostri, non attacca gli americani e non attacca i giapponesi (come potrebbe sembrare) ma attacca la guerra, ciò che rappresenta e ciò che fa fare agli uomini.

E in tutto questo un aggettivo si ripete, ossessivo: Pazzi! Pazzi! Pazzi! Pazzi!

E’ la pazzia che genera la guerra; è la pazzia che spinge gli uomini a uccidersi l’un l’altro. Sono pazzi gli americani a creare la bomba atomica e sono pazzi i giapponesi.

Sono pazzi coloro che portano avanti la guerra sacrificando vite, comunicando false notizie di vittorie, costringendo il popolo alla fame, sacrificando i soldati mandati a morire. Sono pazze infine tutte le persone, plagiate dal sistema, corrotte e ormai senza più carattere. Persone che hanno perso la ragione, che gioiscono per la sofferenza, che si sacrificano per la nazione e l’imperatore quando non ne ricevono in cambio niente. Sono pazze le persone che maltrattano Gen e la famiglia perché parlano di pace; perché vogliono vivere; perché non vogliono che qualcuno muoia.

Nello specifico emerge e ferisce la pazzia del presidente di comitato che istiga le persone a perseguitare la famiglia di Gen; dei professori che maltrattano gli studenti che vogliono essere felici e li crescono per farli sacrificare in guerra; dei poliziotti corrotti, che rubano da mangiare ai poveri usando scuse stupide; dei militari che istigano alla violenza, puniscono chi non vuole morire e si lamentano quando qualcuno muore senza aver portato a termine la sua missione.

La pazzia che più colpisce, però, è quella dei “buoni”. Si trema quando l’allievo si impicca perché non può tornare a casa per non arrecare disonore alla famiglia e non vuole combattere; si piange quando il soldato kamikaze, nei suoi ultimi giorni si ubriaca con l’amico ripensando al suo passato di studente, alla madre e alla fidanzata e a quando disertò per tornare a casa; viene voglia di urlare quando l’autore, come in un documentario, fa vedere come le persone si suicidavano per non cadere nelle mani dei demoni americani; si rimane scioccati quando uno dei fratelli minori di Gen ride istericamente perché crede che i suoi non gli diano da mangiare per sfamare loro stessi, e che tutti lo odiano; allo stesso modo ci si sente quando il fratello maggiore parte per arruolarsi volontario, lasciando dietro di sé tutte le angerie subite, e poi si mette a ridere perché capisce che non c’è posto al mondo per gli egoisti, per chi vuole vivere in pace con la sua famiglia e una ciotola di riso; si ha infine voglia di scappare quando la bomba atomica scoppia, la gente brucia, cammina con la pelle liquefatta, una cavallo in fiamme corre per tutta la città, una bambina si ritrova schegge di vetro conficcate negli occhi, tutti chiedono aiuto e nessuno lo riceve e infine la madre di Gen impazzisce per la morte dei suoi cari e partorisce sua figlia in mezzo alle macerie, con la città in fiamme.

Questo numero termina col grido della madre di Gen che prende in braccio la figlia, la leva verso le fiamme e urla:

“Ricorda, Tomoko! Questo è l’orrore che si è inghiottito tuo padre e i tuoi fratelli… Questa è la GUERRA! Quando sarai cresciuta, dovrai fare in modo che non accada più!”

La potenza e il valore di Gen di Hiroshima lo si trova in quest’ultima frase e chiuso l’albo non si può fare a meno di pensare a quello che si è letto, agli orrori che i giapponesi hanno vissuto e agli orrori che continuano ancor oggi a perpetuarsi.

Leggete quest’opera e ricordatene il messaggio, parlatene agli amici, fatela leggere ai vostri figli.

Per non dimenticare l’orrore.

La vera storia della Lombardia in prelibata salsa leghista

+000031312008bFri, 15 Aug 2008 20:58:20 +0000UTC 18, 2007 claudio88 Lascia un commento
Giuro che sono per il rispetto nei confronti di tutti (o quasi) che ci vado piano nelle discussioni politiche, che non insulto e non ho pregiudizi verso chi è di destra o della Lega Nord (anche i terroni sanno essere civili, sapete) ma questa devo proprio dirla.
L’immagine che vedete qui sopra (cliccando su di essa ne vedrete altre) fa parte di un fumetto d’ispirazione leghista che narra la storia della Lombardia.
Giuro che non volevo crederci quando ho visto questa immagine, ma è (purtroppo) tutto vero. Tale fumetto era stato pubblicato l’anno scorso e subito ritirato perché considerato un insulto all’intelligenza umana. Il 13 Agosto Repubblica dà notizia che 30 sindaci del Bergamasco hanno deciso di distribuire le copie invendute nelle scuole elementari e medie. In sintesi, visto che i problemi dell’Italia non sono per loro abbastanza, vogliono distruggere il futuro dei giovani italia… (scusate l’errore imperdonabile) nobili lombardi (padan cocks per gli amici) sul nascere.
Il fumetto si fa subito notare dalla data 3000 d.c. (altro che fantascienza) e poi c’è l’immagine qui in alto in cui un aitante bardo, tra una pinta di birra e l’altra (tra mille anni ci saranno le tribù, ma si potrà ancora bere la birra) si diletta a cantare un po’ di rock esaltando le qualità della sua gente.
Il resto non lo leggerò perché ci tengo alla mia salute e le risate che ho fatto mi bastano, però se me lo regalassero lo conserverei per far conoscere a tutti quelli che conosco la vera storia dei padan cocks.